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sabato 30 giugno 2012

LA SCIMMIA E IL GATTO SELVATICO / ANGOLO DEL GRIOT







Nel nostro solito e ormai noto luogo convenuto ( mi riferisco a quella foresta africana in cui, di domenica, ne capitano, ogni volta, di tutti i colori e di tutte le razze!!!!) s’incontrano, sempre per caso, un gatto selvatico e una scimmia.
I due, manco a dirlo, fanno subito amicizia e chiacchierano piacevolmente di ogni cosa quasi fossero amici di lunga data.
Dei reumatismi di mamma leonessa, per esempio, che fa fatica ad andare a caccia di notte, della sfacciataggine di certe gazzelle, che vogliono essere, a tutti i costi e nonostante l’età ,“fashion” e dell’anziano coccodrillo che sta perdendo i denti, perché non ha praticato per tempo l’igiene orale oppure del paziente ippopotamo che predilige ormai solo fiumi appartati, etc…
Anzi l’intesa dall’esterno pare così perfetta che addirittura, dopo una manciata di minuti, il gatto, sicuro di sé e dell’amicizia dell’altro, domanda alla scimmia la cortesia di togliergli le pulci dalla schiena.
“Scimmia – dice il gatto- potresti ,cortesemente, spulciarmi? ”.
E poi aggiunge : “E’ una cosa, se non lo sai, che si fa tra amici”.
Ma la scimmia lo sapeva. E anche troppo bene.
Infatti, attenzione.
Mai fidarsi (quale che sia la circostanza) delle apparenze e dell’affettazione di sentimenti amorevoli.
Ci sono in giro dei bravi attori.
La scimmia allora, solerte e premurosa accorre e non si fa pregare due volte.
Ma “ natura non facit saltus”.
Lo dice anche quel vecchiaccio di un Aristotele agli studenti, quell’impertinente e curiosone di un filosofo greco, adoperando però un latino maccheronico per farsi capire meglio.
Infatti, immediatamente dopo aver fatto le pulci al gatto selvatico, la scimmia, dispettosa com’è e come purtroppo la conosciamo, lo lega per la lunga coda ad un ramo di un albero e se ne scappa saltellando e fischiettando allegramente e battendo le mani come avesse fatto la cosa più naturale del mondo.
Il povero gatto chiede aiuto, strilla, si dimena, piagnucola ma nessuno lo ascolta.
Fino a quando però una tartaruga di passaggio avverte il suo richiamo.
Si avvicina e impietosita lo soccorre a patto però che poi, a cose fatte,egli la lasci andare sana e salva per la sua strada.
E così avviene.
Una volta tornato tra i suoi amici autentici, il gatto selvatico escogita un trucco per punire l’infida scimmia.
Dice loro che nel giro di cinque giorni si fingerà morto. E che, per favore, al momento opportuno, spargano in giro la notizia, rendendola credibile.
Nel giorno giusto, com’è consuetudine da quelle parti, arrivano in una lunga teoria tutti gli animali della foresta e dei dintorni.
Per omaggiare il gatto defunto, giunge anche la scimmia, che addirittura si mostra trafelata.
Ma il gatto all’improvviso, con scatto felino, si desta dal suo sonno apparente e prende ad inseguire la scimmia.
La malcapitata, che non se lo aspettava di certo, fugge e non trova di meglio che arrampicarsi su di un altissimo albero, che si trova nei paraggi.
Da quel giorno in avanti le scimmie, che continuano a temere molto il gatto selvatico,dimorano da sempre sui rami alti degli alberi e, quando scendono, lo fanno solo con estrema prudenza.


a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

"FRATELLI D' ESILIO" DI ANTHONY PHELPS / SPAZIO ARTE E POESIA





Fratelli d’esilio
compagni dai piedi impolverati
nei nostri sguardi passa una
stessa visione
i ricordi in gabbia dietro il vetro opaco
presente come una lastra.
Abbiamo soltanto gesti di fumo
per contare il tempo dei kénépiers in fiore
poiché noi entriamo in un posto strano
sempre più girando la schiena al paese
e il vetro e l’acciaio modifica le nostre credenze…

Tratto da “Motifs pour le temps saisonnier”


a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

"RASHID MIMOUNI "DENTRO L'INTEGRALISMO".- EINAUDI (TO)





Questo libro dello scrittore algerino Rashid Mimouni, pubblicato in Italia nel ‘96 dall’ Einaudi
e, quasi certamente, reperibile oggi più nelle biblioteche che in libreria, racconta l’esperienza personale dell’autore e quindi la testimonianza in diretta di sé e di quelli che sono stati poi i più importanti e notevoli cambiamenti politici avvenuti nella società algerina, quasi per tutti i ceti, con l’avvento del potere politico di matrice integralista islamica nei primi anni ‘90.
Un amico giornalista, di recente ha diffuso sul web un suo “pezzo” titolato: “Egitto come Algeria”.
E, quasi certamente, la sua analisi dei fatti, una lettura provocatoria e parallela di quello che purtroppo è stato ieri( e che ben ricordiamo) e di quello che potrebbe essere anche oggi, non è sbagliata.
Si pensi, infatti e per un solo attimo, nell’odierno stato di cose, all’operato occulto della casta dei militari e alla mole d’ interessi economici che l’accompagna, oggi come ieri , in un Egitto neanche troppo lontano da noi.
Si rifletta su di un paese popoloso che non ha più parlamento, pur avendolo liberamente eletto, e con un presidente, Mohammed Morsi, dichiaratosi certamente un fautore dello Stato laico a parole ma appartenente, comunque, allo schieramento politico dei Fratelli musulmani.
Certe analogie, e in certe circostanze,fosse solo per rifletterci e ragionarci , possono anche venire bene.
Direi che favoriscono la comprensione di dinamiche per noi ,europei e occidentali, decisamente complesse.
I vuoti politici- fa capire lo scritto di Rashid Mimouni – sono pericolosissimi anche se all’apparenza tutto potrebbe sembrare che fili liscio.
Proprio come vorrebbero lasciarci intendere, oggi, alcuni intellettuali egiziani ,che parlano e scrivono del loro Paese, smorzando gli allarmismi dell’Occidente.
Algeria povera, quella degli anni ’90. Egitto povero, molto povero, quello di oggi.
L’accostamento in parallelo può significare una sola cosa, a mio parere e qui concordo in pieno con Mimouni, e cioè che la frustrazione dei ceti meno abbienti,costretti a pagare per il benessere dei pochi, a lungo andare, potrebbe generare il “mostro”.
E per la nostra lettura, pur facendo gli indispensabili distinguo perché Algeria non è Egitto, quello che conta è che chi ha scritto((Rashid Mimouni è morto a Parigi nel 1995), ha letto l’integralismo dal di dentro. E non è poco.
Quanto a noi ciò dovrebbe essere sufficiente per allertarci con intelligenza.
Per inciso, mutata mutandis, anche in Italia e in altre similari realtà europe (Spagna-Portogallo-Grecia…etc.), se non cessa la guerra finanziaria in atto sui mercati mondiali, i ceti meno abbienti, stufi di subire e di essere spremuti come limoni, potrebbero riservare brutte sorprese alla politica ufficiale.
Perché politica,cioè arte di governo e non certo partitica, è qualcosa d’ imprescindibile, in ogni contesto e in ogni epoca storica, per gestire, con regole civili, persone e cose.
E leggere per ciascuno di noi significa anche un po’ rendersi conto di questo.
Come farsi cioé i necessari ”anticorpi”,allo scopo, se riesce, d’evitare dannose conseguenze conflittuali.




A cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

venerdì 29 giugno 2012

LUANDA (ANGOLA) OTTIME CHANCE IN ATTESA DELLE POLITICHE DI AGOSTO





Il mese di agosto non è molto lontano e la sfida elettorale per riconfermare o mettere in difficoltà il partito di Governo è già cominciata a Luanda e nel resto del Paese.
Ma José Edoardo dos Santos, l’inossidabile, in sella dagli anni ’70 con il suo Movimento popolare per la liberazione dell’Angola(Mpla) , non intende affatto lasciare campo libero agli eventuali e possibili avversari.
Pertanto si lavora dappertutto per l’obiettivo prioritario e si fatica anche sodo.
Il Paese, infatti, è in fibrillazione con tutta una serie di iniziative interne anche se le cosiddette “malelingue” parlano di specchietto per le allodole allo scopo esclusivo di confermare e/o raddoppiare i consensi.
Tanto per cominciare, come se la vittoria fosse scontata, da parte dei governativi si lavora sopratutto per la fiera Projekta, un importantissimo evento internazionale, che riguarda il settore delle costruzioni e che aprirà i battenti, a Luanda, in ottobre prossimo.
Questo, per inciso, significa già, mentre scriviamo, centinaia di posti di lavoro per le famiglie del luogo con salari garantiti.
E accade in tempi di crisi per parecchi altri Stati africani e non solo.
L’importanza della fiera Projekta è quella d’essere un avvenimento, in Africa, di respiro mondiale per la presenza di molte imprese provenienti da ogni parte.
Tanto che anche l’Italia parteciperà a Projekta con un padiglione espositivo proponente il meglio del “nostro” made in Italy nel campo delle costruzioni civili, dei macchinari, delle energie rinnovabili e degli equipaggiamenti per la sicurezza.
E a conferma che l’edilizia tira in Angola, secondo dati attendibili, il tasso di crescita medio del settore è stato, dal 2002 al 2011 , del 18,5% annuo.
Inoltre sempre il governo di Dos Santos, se riconfermato, ha in programma la costruzione di almeno altri 6500 chilometri di strade nel Paese accanto a ristrutturazioni certe di ponti, ferrovie ed aeroporti, che necessitano da tempo di una urgente messa “a nuovo”.
Per quanto riguarda poi l’assistenza alle fasce di popolazione più deboli, perché disagiate, e a quelle soprattutto delle aree rurali, è già in corso la costruzione di case popolari da assegnare nell’ordine addirittura di un milione.
E con esse luce e acqua per tutti.
Il petrolio angolano e il consenso popolare a José Edoardo dos Santos parrebbe che possano fare anche questo genere di miracoli.
La notizia, però,al momento la più interessante per me, è quella della nascita e della distribuzione a Luanda, nei giorni scorsi ,del”Journal Popular”, un “free press” di appena sedici pagine, che si stampa tre volte in una settimana e informa, in breve, quei cittadini ,che non possono permettersi la spesa di un normale quotidiano.
Il primo numero è già uscito in data 15 giugno ed è andato inevitabilmente e rapidamente esaurito.
Come lo ha definito il suo stesso direttore, il “Journal Popular” è proprio un progetto innovativo.
L’Angola( o l’Africa in generale) tranne per chi può permettersi la tv satellitare o internet(e questi non sono certo i più), accede con difficoltà a quelle che sono le notizie aggiornate.
Il più degli accadimenti, vicini o lontani che siano, li si apprende dalle radio che, come sappiamo, in Africa sono preziose, proprio perché le più a portata di tasca.
Ora la “free press” però ha il pregio d’essere carta stampata e, quindi, “parola scritta”.
Tutti coloro, anche quelli che hanno un’alfabetizzazione solo di base, possono in questo modo avere il piacere di leggere e rileggere da se stessi la notizia.
Ed è una gioia intima per il singolo certamente (noi ,oggi , dalle nostre parti questo lo abbiamo dimenticato) ma potrebbe essere anche un’iniziazione graduale al piacere dell’informazione scritta per tanti. Tantissimi.
Quindi poi un successivo accesso al libro, grazie a biblioteche popolari circolanti e, così, infine, crescita del livello d’istruzione generalizzato della gente ,che possiamo chiamare, senza tema di smentita, sviluppo.
I detrattori del progetto, e ci sono, meglio non ascoltarli.

Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

mercoledì 27 giugno 2012

ERITREA INSANGUINATA / UN RESOCONTO DI SOPRUSI E DI VIOLENZE





Quando apprendiamo,a proposito degli sbarchi sulle nostre coste, di immigrati e sentiamo pronunciare il nome “Eritrea” è di notizie come queste che dobbiamo immediatamente ricordarci.
Giorni fa il tema del rispetto dei diritti umani nel Paese africano è stato ufficialmente discusso, in sede Onu, dall’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani.
Nel corso dell’esposizione in aula (episodi e cifre) è emerso tout court che gli abusi in Eritrea sono senza dubbio fonte di grave preoccupazione.
Rifacendosi, infatti, a fonti attendibili, il commissario, Navi Pillay, ha parlato di abusi che in Eritrea riguardano la detenzione arbitraria, le torture, il lavoro forzato, la leva obbligatoria per maschi e femmine, notevoli e pesanti restrizioni, ancora, in merito al diritto di espressione, di raduno assembleare e di religione.
Secondo i dati a disposizione ci sarebbero inoltre- ha sottolineato con forza il commissario – almeno dai cinque ai diecimila prigionieri politici rinchiusi dal regime in carceri segrete.
E, come se non bastasse, si ricorre ad esecuzioni sommarie dopo processi-burletta.

A cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)


(ndr.)Il dipinto a lato è del pittore spagnolo Joseph Segui Rico

"EL LOCO E LA CAGNA" /SPAZIO POESIA







Sinapsi in confusione
e materia che decade.
Luci ammiccanti di città prima.
Borgo marino di sabbia poi.
Granelli grigi e bambù in
lunga teoria.
Finis terrae.
Luci e ombre che si danno il cambio.
Giardino sterile.
Le carezze non bastano.
Biacca nel viso e bistro
agli occhi.
E rosso carminio alle labbra.
Ambigua impotenza di umani.
Jazz caldo e jazz freddo.
Poeti maledetti.
Ciarliere comari.
Parole nonsense.
Graffi di colore sulla tela.
E cicatrici sulla pelle
come da lama impietosa.


Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

martedì 26 giugno 2012

KHARTOUM (SUDAN) / L'AUSTERITA' CHE NON PIACE










Per fronteggiare e mettere in serie difficoltà, con ripetuti attacchi aerei nelle zone frontaliere, il Sud-Sudan, detentore(anche se povero in canne) dell’ intero “bottino” petrolifero di quella che, un tempo, era appannaggio della nazione unica del Sudan musulmano di el Bashir, occorrevano e occorrono di necessità, da parte di Khartoum, consistenti risorse finanziarie.
Ma queste non ci sono. O, almeno, non ci sono più come era una volta. La guerra guerreggiata, a lungo andare, fa anche questo. E dove cercarle, allora?
Così il Governo di Khartoum ha imposto, dall’oggi al domani ( ma è già parecchio comunque che la cosa va avanti), ai suoi cittadini, che forse sarebbe più opportuno, senza tema di smentita, chiamare “sudditi”, tutta una serie di tasse e di gravosi balzelli.
In particolare sono stati applicati addirittura prelievi diretti dalle paghe e dagli stipendi di tutti coloro che hanno un lavoro o un impiego, e quindi sono possessori di un reddito fisso. Sono stati tassati, ad esempio, anche alcuni membri degli stessi ministeri governativi.
E tutto questo accanto ad un progressivo quanto insostenibile giornaliero aumento del costo della vita.
Quale poteva essere l’effetto di una tale austerity forzosa?
La gente inizialmente ha sopportato e poi, com’è nell’ordine naturale delle cose, quando non riesci più a sfamare te e i tuoi familiari, è scesa in piazza.
Per un’intera settimana, la scorsa infatti, ci sono state dimostrazioni popolari nelle strade con lanci di pietre, pneumatici bruciati e blocchi improvvisati ma funzionali, grazie a tutta la rabbia che si ha in corpo in situazioni del genere.
E soprattutto, quando si è messi alle strette, se lo Stato altri non è , nei tuoi confronti, che un Moloch”sordo” che ti sovrasta senza darti respiro, né diritto di parola.
La risposta del potere costituito, comunque, non si è fatta attendere molto.
Ed è stata quella lapalissiana ai manifestanti di farla finita col continuare a mettere in pericolo la sicurezza e l’ordine pubblico.
Tuttavia, quasi certamente anche Khartoum, a detta di osservatori esterni, non tarderà, prima o poi, a scaricare il suo “tiranno” proprio come è accaduto in Tunisia e in Egitto.
Certo occorreranno tempi lunghi, perché sono storie molto diverse da quelle occidentali e come profondamente diverso è il concetto di democrazia da quelle parti. Che non può essere fotocopia dei nostri. Ma accadrà.
El Bashir, criminale populista con la sua gente, con tutta una serie di pesanti imputazioni a carico e ricercato ufficialmente dal Tribunale penale internazionale de L’Aja, un tempo grande beneficiario di buone protezioni da parte dei differenti “rais” nei suoi spostamenti, oggi è decisamente un po’ più solo.
E così anche a Khartoum il vento della Storia, sempre pronto a spazzare il “vecchio”, potrebbe fare spazio, quanto prima, al nuovo.
Un nuovo che, per quanto occorra essere “idealisti senza illusioni”, e cioè con i piedi ben piantati in terra, è auspicabile sia migliore.


A cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

lunedì 25 giugno 2012

LIBERTA' CREATIVA / L'INTERROGATIVO DI ANDREA CAMILLERI





A due anni,una delle mie figlie mi chiese un foglio ed una biro – racconta il noto scrittore.
Poi si stese in terra e cominciò a disegnare.
Dopo un po’ mi mostrò il foglio con sopra disegnate delle linee spezzate che tra loro s’incrociavano.
“Cos’è?” – domandai.
“Cavallo”.
“E dove sono gli occhi’”.
“Qua e qua” -rispose. Indicandomi due incroci di linee.
Conservai il foglio e l’anno seguente lo stesso mi ricapitò tra le mani.
“Cos’è?”.
Mi guardò stupita.
“Un cavallo”.
“E gli occhi dove sono?”.
“Qua e qua”. – rispose indicandomi esattamente gli stessi incroci di linee.
Allora la mia domanda è questa : quando, come e perché in noi l’innata libertà creativa si converte, o viene costretta, nella banalità del reale? (A.C.)



Il dipinto a lato del testo è del pittore spagnolo Josep Segui Rico

IL PROIBIZIONISMO FA MALE AL MAROCCO





E’ sempre più possibile e vicina, politicamente parlando, la stretta di natura religiosa che l’Islam marocchino tenta d’imporre al proprio Paese con grosse conseguenze in termini economici.
E questo varrebbe sia per la produzione, il consumo interno e l’esportazione del vino e di prodotti similari (birra), quanto per quello che potrebbe essere, nei fatti, una grossa riduzione di posti di lavoro con manodopera licenziata e disoccupata.
Danni quindi per gli imprenditori, per i distributori e per gli operai.
E , in questo modo, nuove povertà emergenti in un Paese a guida islamica a tutti i costi intransigente.
Infatti il partito di governo “Giustizia e Sviluppo” si sta, in questi giorni, adoperando perché, ad esempio, sia vietata la pubblicità diretta o indiretta in tutto il Marocco riguardante ogni genere di bevande alcoliche.
E, a quel che riferiscono gli osservatori attenti, si tratta solo del primo passo per mettere in crisi, comunque, un settore dell’economia marocchina, che ha una sua storia e un suo passato illustre.
Le popolazioni berbere conobbero- è cosa nota - le delizie del buon “nettare”(il vino) addirittura fin dai tempi dell’espansione romana in Africa settentrionale. E lo apprezzarono moltissimo.
E gli stessi arabi poi, nonostante i loro rigorosi precetti, complice magari una certa protezione da sguardi indiscreti, non lo disdegnarono mai. Sempre secondo quel che narrano cronache d’epoca.
Con la colonizzazione francese, molto più vicina a noi nel tempo, furono poi migliorate anche le tecniche e con esse l’aumento della produzione e l’espansione dei commerci.
E fu ricchezza reale. Per tanti.
Dicono giustamente coloro che hanno percepito gli intenti di questo genere di politica che, tutto sommato, anziché proibire un certo tipo di pubblicità, sarebbe forse più opportuno sensibilizzare la popolazione locale contro gli eccessi, mediante un’adeguata campagna informativa.
Magari a partire dalle scuole, facendo ben intendere i danni alla salute che potrebbero derivare da un uso smodato di alcolici.
Secondo dati provenienti da fonti attendibili, in Marocco, oggi, giornalmente si consumano qualcosa come 120 mila bottiglie di vino, un milione di bottiglie di birra, 400 di whisky, 4500 di vodka, mille bottiglie di champagne.
A questi numeri relativi al consumo bisogna affiancare, in termini di soldoni, soprattutto il ricavato del prospero settore dell’attività turistico-alberghiera, che finora tira e tira anche molto bene.
E che organizza, quasi sempre, per i propri clienti ,curiosi e interessati, escursioni con l’ impiego di guide esperte alla scoperta dell’enologia locale.
Poiché inoltre il proibizionismo riguarderebbe tutte le bevande alcoliche e non solo il vino, non è difficile immaginare ovviamente il disastro, il"crash" di un tale provvedimento.
Senza contare l’incentivazione del mercato nero, che poi, quanto a evasione dalla legalità e a dubbia qualità di prodotto, è cosa ancora peggiore.
E soprattutto, per i marocchini, quel che è peggio è il ritorno forzoso, e non voluto, se la proposta fosse legge a breve, a quelli che si definiscono secoli bui, che un certo Islam pare, purtroppo, prediligere di questi tempi.



A cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

sabato 23 giugno 2012

QUANDO IL LEONE AVEVA LE ALI / FAVOLA DEL SUDAFRICA





Certamente nessuno lo sa ma, un tempo, e cioè tanti e tanti anni fa, in Africa, il leone aveva ali e zampe con unghia di ferro.
Quando non andava a caccia ed era in passeggiata, le sue ali erano ripiegate lungo i fianchi.
Diversamente,quando avvistava la preda come poteva essere, ad esempio, quella presente in un branco di gazzelle o di zebre, si levava scattante nel cielo africano e, roteando in alto,come un uccello predatore, con estrema precisione, la ghermiva.
Intanto si venne a sapere, perché le voci corrono anche in savana, che il leone custodiva in una grotta, lontano da occhi indiscreti , tutte le ossa delle sue vittime e, a guardia del “prezioso” tesoro (magia? stregoneria? esoterismo?), aveva collocato delle cornacchie dal capo bianco, che lui stesso di persona allevava e addestrava per quello scopo.
Le cornacchie aveva ricevuto, loro e le loro madri prima e le nonne e le bisnonne e le trisavole, l’ordine perentorio di non lasciare per nessuna ragione al mondo il nascondiglio. Erano insomma, tutto sommato, delle affidabili guardie.
Ma un ranocchio dispettoso, uscito dal suo stagno fangoso, un bel giorno pensò bene di fare visita alla grotta e di sfidare la potenza del leone.
E, con mille parole suadenti,una volta sul posto, fece capire alle cornacchie dal capo bianco che, se avevano voglia di andare a volare, facessero pure.
Sarebbe rimasto lui a guardia della grotta. E, soprattutto che non avessero fretta di fare ritorno.
E le cornacchie, lusingate da tanta disponibilità, accettarono su “due zampe”.
Una volta lontane, il ranocchio si diede da fare a cercare il tesoro del leone e cioè le ossa delle vittime, che il re della savana conservava con maniacale e, io direi, quasi religiosa cura.
Trovatele, le fece in mille pezzettini e poi, con tutta destrezza, riprese la via del “suo” stagno fangoso per non farsi trovare con le “zampe” in pasto.
Disperate le cornacchie al loro rientro, dovettero sorbirsi poi l’ ira del leone.
Ira ,che si propagò dappertutto con tremendi ruggiti, che raggiunsero persino l’assolato cielo africano di color senape,quando questi si accorse del terribile accaduto.
Le spiegazioni delle poverine gabbate furono,infatti,del tutto inutili.
Come inutile fu l’incursione allo stagno fangoso da parte del leone.
Il ranocchio, saltellando qua e là, e nascondendosi alla vista del leone nelle acque dello stagno, continuava a prendersi gioco di tutto e di tutti.
Soprattutto però dell’altezzoso leone,il quale, ad un tratto, avvertì chiaramente che le sue ali ormai sarebbero rimaste per sempre lungo i fianchi e che lui non avrebbe mai più potuto volare.
Perciò, impossibilitato e rassegnato, dovette arrendersi.
E da quel momento in avanti poté, sempre solo, inseguire, dopo affannose e complicatissime corse, le sue future ed eventuali prede.

A cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

MEDITERRANEO ALL'INCONTRARIO / MIGRANTI ANCHE NOI





Non c’è niente di più eloquente e meno ambiguo dei numeri. Si dice,infatti, nel linguaggio gergale, le” cifre parlano chiaro” specie se ci riferiamo a qualcosa di estremamente palese, che non può essere per nulla messo in discussione e/o confutato.
Nel 2006, e cioè circa sei anni fa, i visti d’espatrio accordati a cittadini portoghesi diretti in Angola, per ragioni di lavoro, erano stati appena in numero di 156.
Lo scorso anno piuttosto la cifra registrata ha raggiunto nientemeno che la quota record di 23.787.
E, secondo il quotidiano algerino “Liberté” non è molto che i guardacoste algerini hanno intercettato, sorpreso e fermato quattro clandestini spagnoli ,che provavano a raggiungere l’Algeria nord-occidentale.
Le persone in questione, avendo perso il lavoro nel loro paese, e dovendo mantenere moglie e figli, cercavano di raggiungere (questa è stata la loro spiegazione) la città algerina di Orano per trovare uno straccio di lavoro.
Erano stati informati ,da chi li aveva preceduti, infatti, che lì alcune imprese edili spagnole avevano ed hanno dei buoni appalti con discrete possibilità di assunzione.
A paghe, ovviamente, più basse di quelle europee, modellate sul tenore di vita locale.
Un episodio del genere è come un grido d’allarme e, forse, neanche tanto peregrino.
Gli europei, colpiti dalla “crisi” economico-finanziaria , stanno riprendendo le vie del mare e questa volta (non solo Americhe o Australia) con destinazione Africa.
Probabilmente gioca anche in questa scelta, almeno per quanto riguarda l’Angola, un certo fattore di stabilità.
In Portogallo, ad esempio, sono tantissimi gli investimenti angolani redditizi nei più disparati settori. Banche e attività commerciali incluse. E questo è di certo un fattore rassicurante quanto a scelta di destinazione.
Accanto ai portoghesi anche gli spagnoli e gli stessi italiani di questi tempi cominciano a “sognare” un posto al sole d’Africa.
Sia pure quando la”cosa” non è del tutto semplice.
Ma, poiché abbiamo detto, in apertura ,che sulla trasparenza delle cifre e dei numeri si può scommettere, al 1 gennaio 2012 la Fondazione Migrantes rileva la presenza di ben quattro milioni di nostri connazionali (italiani) residenti all’estero, Africa inclusa, in 184 Paesi.
E non è poco. Numero , per di più, cresciuto proprio nell’ultimo anno di quasi centomila unità.
Tra questi anche i residenti in Africa, che sono complessivamente circa cinquantamila.
L’equivalente di una nostra piccola città.


A cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

mercoledì 20 giugno 2012

ARUSHA (TANZANIA) / CONDANNA ALL'ERGASTOLO PER L'ASSASSINO DELLA REGINA DEI TUTSI





Il Tribunale penale internazionale per il Rwanda (Tpir), la cui sede è ad Arusha , in Tanzania, ha finalmente emesso la sentenza di condanna ,cioè la detenzione a vita, nei confronti di Idelphonse Nizeyimana, ex-dirigente dei servizi segreti ruandese durante gli anni in cui nel Paese era presidente Juvenal Habyarimanana, riconosciuto responsabile dell’uccisione di Dowanger Rosalie Gicanda, regina dei tutsi e figura simbolo per moltissimi ruandesi.
Naturalmente la condanna non riguarda solo la morte della regina dei tutsi ma anche l’assassinio di centinaia di altre persone all’epoca di quell’inferno che fu il “genocidio” del Rwanda, a partire dall’aprile del ’94, con circa un milione di morti barbaramente ammazzati.
Nizeyimana non salda, però, il conto per gli stupri commessi da lui e dai suoi sgherri.
Il Tribunale in merito non l’ha riconosciuto colpevole.
D’altra parte un “duro” ergastolo può bastare al quarantottenne, a suo tempo ufficiale eccellente della scuola militare di Butare e membro attivo di Akazu, una loggia segreta ruandese, una specie di mafia all’africana, che aveva pianificato a tavolino lo sterminio di tutti i tutsi, rei semplicemente d’essersi distinti,almeno in buona parte ,durante e dopo il periodo coloniale, per ruoli professionali di grande responsabilità e altamente qualificati.
Il Tribunale penale internazionale per il Rwanda (Tpir) al momento ha esaminato solo 72 casi.
La mole di lavoro è ovviamente notevole e i tempi sono necessariamente quelli africani.
Condanne e pene comminate riguardano in tutto appena17 persone.
Il problema purtroppo è anche quello che molti degli imputati, a sentenza emessa, ricorrono in appello.
Per chi volesse avere un’idea, in presa diretta dell’impegno di lavoro del Tpir, c’è un libro-testimonianza di Silvana Arbia, oggi capo della cancelleria della Corte Penale Internazionale de L’Aja, che è stata magistrato in alcuni di questi processi, anni addietro, prima brevemente a Kigali e poi ad Arusha.
L’Arbia, nelle sue pagine infatti, racconta con dovizia di particolari la sua complessa battaglia di donna magistrato, perché giustizia fosse fatta nel rispetto di quelle migliaia di vittime innocenti.
E non esita a mettere a nudo, per quella che è stata la sua esperienza, le autentiche responsabilità dei carnefici nonché quelle “altre” molto gravi e strettamente collegate alla criminalità internazionale.
Senza nulla omettere.

Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

LA SCHIAVITU' DA LAVORO DEI PICCOLI NEL MONDO / RAPPORTO ILO (ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE PER IL LAVORO ) /I NUMERI PARLANO CHIARO





Secondo i dati dell’ultimo Rapporto ILO, i bambini che attualmente lavorano nel mondo raggiungono la cifra di ben 215 milioni.
E le cifre sono state rese ufficiali in occasione della decima “Giornata mondiale contro il lavoro minorile”.
Secondo le Nazioni Unite (e noi di Jambo Africa lo abbiamo denunciato più volte) questi stessi bambini sono spesso anche soggetti a forme molto gravi di sfruttamento,tra cui quello sessuale e quello nei conflitti armati.
I numeri riportati dal Rapporto ILO si riferiscono a 34 Paesi in particolare.
In tutto il mondo, secondo quanto recita il rapporto, circa 72 milioni di minori non frequenta la scuola.
In Asia e nelle regioni del Pacifico si contano 113 milioni e 600 mila bambini lavoratori.
Nel continente africano i minorenni che lavorano risultano essere almeno 65 milioni.
Il fenomeno, tuttavia, non riguarda solo i Paesi meno industrializzati o in via di sviluppo.
In Italia, ad esempio, sono 500 mila i minori costretti a lavorare perché appartenenti a famiglie indigenti.
Solo in Colombia, sempre secondo lo stesso Rapporto, un milione e duecentomila bambini lavora per strada.
Nello specifico poi dello sfruttamento sessuale dei minori si parla di un numero ,che purtroppo raggiungerebbe i cinque milioni in tutto il mondo.
In conclusione il Rapporto, sulla base dei dati che enuncia, invita i governi di tutti i Paesi del mondo a mantenere in merito sempre alta la guardia con leggi nazionali mirate, con programmi di protezione delle vittime,dove operano le differenti “mafie” ma, soprattutto, con l’impegno educativo che deve coinvolgere in primis le famiglie, cui pensare a dare adeguati mezzi di sostentamento(il lavoro agli adulti, perché è dignità di persona) e poi la scuola.

A cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

lunedì 18 giugno 2012

BABA FRANCESCO ON THE ROAD / APPUNTI DI VIAGGIO














Approfitto , cari amici ,delle prime ore del giorno per allontanarmi tempestivo da Iringa,dove mi trovo nella Casa Madre dei Missionari della Consolata in Tanzania, anche perché il macinare una manciata di chilometri”africani” (esattamente una sessantina),sia pure in fuoristrada, è preferibile farlo approfittando del fresco del mattino.
Ho lasciato Bunju e padre Giuseppe Inverardi, amico e confratello, da più di una settimana , per seguire, a Iringa, i lavori del Congresso Eucaristico Nazionale, un evento importante per i cattolici di questo Paese, scattare magari qualche foto decente e fare una o due interviste interessanti per il nuovo numero di“Enendeni”.
E nell’occasione, al Congresso ( circa seimila persone presenti e partecipanti) ho anche azzardato un breve intervento in swahili, per sottolineare l’ importanza dell’impegno politico di una Chiesa, che dice di voler difendere i poveri dalle ingiustizie.
Ma adesso è il momento d’incamminarsi alla volta di Ilamba. Regione di Udzungwa.
Si tratta di un appuntamento che è in agenda da troppo tempo. Ed è’ la prima volta poi che mi avventuro, da quando sono qui, in Tanzania, in un territorio di montagna.
”Dall’oceano all’altipiano e il suo contrario. Già fatto e quindi già dato. E adesso anche alle propaggini di una zona montuosa” – ripeto con qualche perplessità tra me e me.
Ma bando a pensieri disturbatori.
Inserisco la chiave , accendo il motore e, dopo qualche rinculo d’obbligo, sto proprio partendo.
Man mano che la mia Toyota s’inerpica,con una velocità che è quella consentita dal codice della strada locale, che severissimi poliziotti si premurano di fare assolutamente rispettare, pena salatissime multe, il paesaggio intorno inizia, in effetti, a cambiare.
Me lo avevano preannunciato.
E me ne rendo conto io stesso, chilometro dopo chilometro.
L’aria si fa più fine, molto più gradevole. C’è quasi fresco.
Si respira meglio e un anfiteatro di lussureggiante verde mi accoglie con piante spettacolari. Sono felci strepitose di almeno cinque metri di altezza.
E ancora altre specie endemiche, che farebbero la gioia di qualsiasi botanico delle nostre parti.
Mi attendono le suore della Consolata, il ramo femminile dell’Istituto, anch’esso presente ormai da parecchi anni in Tanzania.
Lo scopo della mia visita è quello di rendermi conto di persona, per poi raccontarlo in “Enendeni”, di quanto impegnativo lavoro, giorno dopo giorno, anno dopo anno , e con l’aiuto e la collaborazione di tanti amici, anche dall’Italia, è stato fatto da queste donne a Ilamba.
Personcine, che dire di loro straordinarie e coraggiose, è assolutamente riduttivo.
Samaritane che non si risparmiano in niente per la gente del posto e che potremmo definire un mix di “madre-coraggio”e/o di abili donne dell’organizzazione.
L’accoglienza è perfetta.
Fatta, com’è consuetudine, per mettere a proprio agio l’ospite.
Ma il mio intento è quello di visitare subito il nuovo liceo.
Liceo che queste “sante” donne e madri hanno aperto per i giovani del luogo e dei villaggi circostanti, quando ne hanno ravvisato l’urgenza.
Certamente sono venute prima le strutture (appunto con l’impegno solidale anche degli amici italiani,alcuni dei quali sono venuti fin qui a prestare manualmente la propria opera) e poi c’è stata la scuola materna funzionante per i bambini, i più piccini, che da queste parti sono tantissimi, le scuole primarie per i preadolescenti, quelle professionali per chi volesse imparare un mestiere e, infine, il sospirato liceo.
Ritornando al liceo, c’è da dire qualcosa di molto importante.
L’esigenza-urgenza della sua apertura si è manifestata intramandabile quando alcuni giovani e ragazze di Ilamba non riuscivano più a superare le classi, frequentando le normali scuole statali.
Quello delle scuole, in Tanzania ,come un po’ in tutta l’Africa, è un argomento complesso. E coinvolge anche le università.
Gli intoppi sono tanti e di natura diversa. Sia per i maschi che per le femmine.
Ma ci sono e sono reali.
Senza contare il costo oneroso degli studi, in termini di tasse scolastiche e di corredo, che ho constatato io stesso a Makambako, dove ho insegnato per qualche tempo in un liceo .
Anche se bisogna dire che molte famiglie in Africa, e quindi anche in Tanzania, fanno sacrifici enormi pur di far studiare i propri figli.
Pur essendo il liceo della missione “Stella del mattino”, in swahili ”Nyota ya asubuhi” , gestito interamente da personale tanzaniano, dal preside fino all’ultimo insegnante e al personale non-docente, l’accompagnamento didattico e formativo degli alunni consente a questi di raggiungere la conclusione degli studi, quasi sempre in maniera agevole e senza brutte sorprese e, anzi, con un buon profitto.
Le “nostre” suore sono attente vigilatrici dell’andamento.
E la disciplina ,che si esige, è rigida.
Tanzaniana, appunto.
Non si fanno sconti a nessuno. E per nessun motivo.
E “ i frutti”sono buoni”- mi previene una sorella africana, che affianca in molteplici attività il gruppo di lavoro .
E la dimostrazione mi viene incontro proprio mentre discuto con la superiora dell’argomento.
E’ un giovane docente del liceo, un tempo un ragazzo poco motivato, forse perché frustrato.
Oggi insegna invece, e con ruolo statale riconosciuto, nel liceo della missione di “Nyota ya asubuhi” delle suore della Consolata di Ilamba.
Parlo con lui, visibilmente orgoglioso della sua rivincita. La sua disponibilità ad aprirsi con me, per raccontarmi delle sue disavventure scolastiche passate, e della sferzata di motivazione e d’ impegno sopraggiunto poi a “Stella del mattino”, in un certo senso mi commuove.
E mi consente di apprezzare ulteriormente il valore di tutto quanto è stato fatto da queste “madri-coraggio”,tenere sì ma anche decise a non lasciare mai nulla d’intentato proprio come degli strateghi in battaglia , senza le quali, l’abbandono scolastico, il bighellonaggio e l’emarginazione, in questo luogo e nei territori limitrofi, sarebbero stati la regola.
Chi proprio tra i giovani preferisce piuttosto la manualità e desidera anche metterla a frutto, magari imparando un mestiere, trova qui (è sempre la superiora che mi racconta) una scuola professionale per divenire un buon falegname o un discreto meccanico. Oppure, ancora, può imparare ad allevare il bestiame, a tirare su muri e a curare i giardini.
E per le ragazze non mancano corsi di cucina e di taglio e cucito.
Tutto fatto con spirito di collaborazione e in buona armonia,dando una mano, nel tempo libero dagli studi, pratici e no, alla comunità delle suore che li ha accolti e adottati come figli.
Dopo un pranzo frugale ma condito di tantissima autentica simpatia e buon umore, nel pomeriggio inoltrato saluto queste persone “speciali”, le “suorine” di Ilamba, alcune delle quali adesso sono native del Tanzania, e non posso non pensare che è proprio vero che il bene “ostinato”, alla lunga, paga sempre.
E che l’ andare, per chi sceglie la “missione”,non significa altro che il non fermarsi mai finché non si è arrivati.
E da quel punto preciso d’arrivo avere ancora la voglia di ripartire. Di nuovo. Se è necessario.
Anche se hai quasi settant’anni.
Le ombre della sera sono prossime. Monto in auto e saluto in tutta fretta e con un cenno della mano dal finestrino della Toyota, che ha il compito di riportarmi a Bunju, prima che la notte africana sia troppo nera.
E un coro di voci amiche, di ogni età e provenienza, ricambia simpaticamente con un canto augurale.
Ecco, allora, cari amici, un altro tangibile e concreto “miracolo” di Maria Vergine Consolata e di tutti quelli, uomini e donne indifferentemente, che sono stati e sono capaci, all’occorrenza, di rimboccarsi le maniche per fare un po’ di spazio al bene, senza ostentazione, e alla speranza cristiana.
Anche lì dove l’impresa parrebbe impossibile.


A cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)



















domenica 17 giugno 2012

"CANTATRICE CALVA N.2 " / SCHIZZI A MANO LIBERA








Grottesca figura di femmina
ebbra del tuo grande piccolo nulla
piroettando vai dalla casa grigia
dai muri alti e dalle atmosfere sinistre
incontro al tuo mare, amante generoso,
per l’ amplesso terminale.
E intanto il sole sta per tramontare e
il pellicano è alla ricerca del suo nuovo nido.


Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

"TRA I DUE LITIGANTI...ETC.." / ANGOLO DEL GRIOT








C’era una volta nella solita foresta africana, che ci ospita di domenica, questa volta nella terra dei Wala, una gallina faraona e uno sparviero, che avevano stretto, caso insolito (i due erano troppo diversi tra loro!!!) , amicizia.
Un giorno come un altro, allo sparviero viene in mente la costruzione di alcuni tamburi per allietare, lui dice, con la musica le lunghe e interminabili notti africane.
Ma non solo.
Il tamburo ,in Africa, è uno strumento utilissimo molteplici usi.
Ne parla e si consiglia con l’amica-faraona, la quale è d’accordo, e i due si mettono prontamente all’opera.
Ne hanno già costruiti, da bravi artigiani quali sono, un certo numero quando lo sparviero si accorge di avere molta fame.
Decide pertanto di raggiungere il villaggio vicino per trovare qualcosa da mettere “sotto il becco” e, soprattutto, nel suo stomaco.
Prima di allontanarsi, però, raccomanda all’amica-faraona di non utilizzare i tamburi, che hanno costruito insieme,almeno fino al suo ritorno. Per non rovinare l’opera compiuta, che ha bisogno del suo tempo per risultare perfetta.
Volato via lo sparviero , la faraona dimentica in un baleno le raccomandazioni dell’amico, e incuriosita si avvicina ai tamburi.
Del resto la curiosità è femmina.
Prova con il suo becco a percuotere la membrana tesa. E riprova. E riprova ancora .Fino a quando ne vengono fuori, da questi “strani “oggetti, tutta una teoria di suoni, che le piacciono da impazzire.
- Non ci sarà più noia in foresta - pensa tra sé e sé.
Ritenendo a torto, in cuor suo, che della “cosa” possa esserne felice anche l’amico.
Così, purtroppo, non sarebbe stato affatto.
Intanto lo sparviero, che ha saziato la sua fame al villaggio vicino, sulla strada del ritorno percepisce nell’aria il suono dei tamburi e si rabbuia tutto.
- L’amica mi ha disobbedito- dice a se stesso.
E decide ,“su due zampe”,quindi senza starci troppo a pensare, di fargliela pagare.
Giunto sul luogo, in meno che si dica, afferra a volo la faraona per il collo e le stacca senza alcuna pietà la testa dal resto del corpo.
Mentre i due sono in colluttazione “aerea” e il sangue della faraona ricopre il terreno sottostante, arrivano dal villaggio vicino alcuni uomini e alcune donne.
Scoperti i tamburi, se ne impossessano senza troppi complimenti e li portano via con loro per farli suonare e fare festa al villaggio tutte le volte che ne abbiano voglia.


Marianna Micheluzzi (Ukundimana)
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mercoledì 13 giugno 2012

EGIZIANI ALLE URNE / SCELTA DECISIVA A BREVE








“Il prossimo presidente dovrà guidare il Paese sulla via della democrazia, della libertà d’espressione e dell’uguaglianza tra gli egiziani- dicono, a chiare lettere, facendo sentire la propria voce in un documento ufficiale i vescovi copto-cristiani d’Egitto - tanto sul piano dei diritti che dei doveri”.
E in effetti, in attesa del ballottaggio del 16-17 giugno per l’elezione del presidente,che sarà la nuova guida dopo l’era Mubarak, questo pensiero rispecchia in pectore il sentire, e quindi i desiderata, della maggior parte della popolazione egiziana.
Le motivazioni che spingono la gente di ogni ceto e ambiente, ad eccezione fatta delle caste privilegiate (e sappiamo quali sono), verso questa direttrice di pensiero sono molteplici e anche molto differenti.
I copto-cristiani per esempio sono, in Egitto, coloro che si aspetterebbero sul serio molto e molto di più dal “nuovo” corso.
Quanto meno di non essere discriminati,se non quando addirittura perseguitati, come spesso è accaduto anche in un recente passato e continua ad accadere quotidianamente nell’ambito della società civile.
L’attesa, dunque, non fa certo dormire sonni tranquilli quasi a nessuno, poiché parliamo di un Paese nel complesso estremamente popoloso e povero,diviso tra militari arroganti e/o propugnatori della sharìa, in cui i giovani(i non privilegiati) incontrano ormai enormi difficoltà d’inserimento nel mondo del lavoro (eccezione fatta per soluzioni limitate nel tempo e precarie) e sono costretti così ad un’emigrazione forzosa in giro per il mondo.
Mondo che oggi, è noto che privilegia i respingimenti piuttosto che l’accoglienza.
Dopo la vittoria a maggio, alle legislative, del partito “Libertà e Giustizia” dei Fratelli musulmani(47,2%) e il clamoroso successo dei salafiti di “Al Nour”(24,3%) su chi cadrà la scelta dell’elettorato per l’uomo “nuovo”, che guiderà l’Egitto nei prossimi anni ?
Sarà Mohamed Mursi (islamista moderato?) o Ahmed Shafiq (uomo dell’antico regime) ?
Quello che lascia perplessi gli osservatori è , a respirarlo in loco, un certo diffuso clima di rassegnazione da parte di tutti in quanto paiono inghiottiti nel nulla gli eventuali candidati laici e democratici, come se piazza Tahrir non ci fosse mai stata.
Insomma bisogna convenire che quella egiziana è stata una velleitaria “primavera “ a conti fatti.
E che essa quasi certamente non darà i frutti promessi e sperati, che comunque qualcuno, esperto di “cose” egiziane, aveva previsto in partenza ?
Per il prossimo appuntamento alle urne, allora, sarà il caso di incrociare le dita e forse di mettersi a “pregare”, come certamente faranno i copti-cristiani, è proprio il caso di dire, perché non si caschi dalla padella nella brace.

Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

martedì 12 giugno 2012

PERCHE' SCRIVIAMO ? IL PUNTO DI VISTA DI CLAUDIO MAGRIS







“Credo di scrivere - puntualizza lo scrittore triestino e uomo di frontiera – per l’impossibile desiderio di fermare in qualche modo la vita fuggitiva […] Si scrive inoltre per fare ordine, per sdipanare il confuso e approssimativo groviglio della realtà che ci invischia e ci stordisce; qualche volta ci si sente liberati e qualche volta si resta impigliati in una ragnatela ancora più ambigua [..] Talora si scrive per difesa, per sgomberare e svuotare la realtà che ci soffoca, per erigere una barriera che la tenga a distanza. Altre volte si scrive per passione morale e per protesta, per dire di no a qualcosa d’intollerabile. Spesso forse scriviamo per distrarci dall’incapacità di vivere, dalla paura, dalla mancanza di persuasione”.

Per me –aggiunge Magris – la letteratura è madre, moglie, amante,sorella, depositaria di affetti e valori.
“Per me –continua - conta la letteratura come vita, quei libri che entrano a fare parte della nostra esistenza come le amicizie, gli amori, la felicità e le sventure e che in questo senso costituiscono una passione dominante”.


Per i lettori “forti” di Claudio Magris o per chi volesse iniziare, solo adesso a conoscerlo, è in libreria il primo volume de i”Meridiani”- Mondadori, dal titolo “Opere” di Claudio Magris, a cura di Ernestina Pellegrini, che ne ha curato il saggio introduttivo “Claudio Magris o dell’identità plurale”.
Maria Fancelli e Luca Bani, a completamento, sono presenti, invece, nello stesso volume con un saggio su “Magris germanista” e una bibliografia essenziale ma importante, che include anche riferimenti a documenti dell’archivio personale dello scrittore.

A cura di Marianna Micheluzzi

lunedì 11 giugno 2012

PERCHE' IL GATTO AMA LA CASA DELLA DONNA /"FAVOLANDO" DI PRIMO MATTINO





C’era una volta un gatto che si trovava suo malgrado a trascorrere l'esistenza in foresta, perché non aveva dove alloggiare e nonostante che quell’ambiente infido non fosse certo il meglio per lui.
Era normale quindi che, spesso e volentieri, si lamentasse con tutti i “sedicenti” amici-animali, che gli capitavano a tiro.
Infatti, un giorno lo fece con un bufalo di passaggio, cui raccontò per intero la sua storia e tutte le sue disavventure ma questi, distratto da altro, non gli prestò ascolto,né gli diede la protezione che il gatto avrebbe desiderato.
Anzi accadde che la comparsa improvvisa di un leone scatenò una violenta lotta tra bufalo e leone,nel corso della quale il primo ebbe la peggio e morì sotto lo sguardo atterrito del gatto.
Non restava, allora, al gatto che rivolgersi al leone, vistolo così forte e potente, e chiedere a lui la tanto agognata protezione.
E il leone, sulle prime un po’ dubbioso, dopo averlo ascoltato a lungo, poi gliela accordò.
Passarono alcuni giorni e, mentre gatto e leone se la spassavano allegri e sicuri di sé, girovagando in foresta, si materializzò inaspettatamente alla vista di entrambi un enorme elefante che, senza troppi complimenti, attaccò il leone e lo uccise di colpo, schiacciandolo proprio come una”sogliola” sotto il peso delle sue mastodontiche zampe.
Anche se l’elefante non aveva alcuna idea di cosa fosse una sogliola.
Dunque per il gatto non c’era altro da fare che chiedere aiuto e protezione ormai solo all’elefante.
E così facendo, ottenne anche questa volta, dopo essere riuscito a muovere a pietà il suo interlocutore con racconti tra il vero e il fantasy, la desiderata protezione.
Ma, non aveva neanche appena finito di gioire, che comparve un bipede chiamato “uomo” con tanto di fucile.
Questi mirò, puntò e il colpo preciso e mortale raggiunse il pachiderma.
Poi il”bipede” si avvicinò alla sua preda e si capì (lo capì subito anche il”nostro” gatto) che stava facendo un rapido calcolo di quanto avrebbe potuto ricavare in soldoni dalla vendita dell’avorio delle zanne dell’elefante.
Al gatto, a questo punto non restò altro che seguire quell’uomo, il quale però, prima di raggiungere la sua casa, sparò ancora lungo il tragitto e uccise ben due faraone, che consegnò, al suo arrivo, alla moglie.
Il “nostro” gatto, che non se l’aspettava, osservò comunque tutta la scena e dalle premure affettuose della donna verso l’uomo capì subito che il suo posto (la protezione sognata) era in quella casa e, soprattutto, solo aqquartierandosi “dalla parte di Lei”.
Perché “donna”, per il gatto, è anche oggi la più sicura di tutte le sicurezze e le protezioni possibili.


(Ndr.)Libero adattamento da una favola popolare macua/Mozambico settentrionale


Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

sabato 9 giugno 2012

LE MALAISE GABONAIS (L'HARMATTAN-PARIS) / IL LIBRO DEL WEEK-END





Una profonda riflessione e un’attenta analisi, a cura di Clotaire Me Nang e Aimé Moundziégou, sono alla base di questo saggio,uscito in Francia alcuni anni addietro ma che conserva ,di questi giorni, ancora un certo sapore di attualità.
Attraverso un approccio storico, analitico, epistemologico ed etimologico del concetto di “élite”,il testo(e quindi i suoi autori) prova a tracciare un quadro dell’élite e della società in Gabon, evidenziandone contraddizioni, limiti e incoerenze.
Poiché i “poteri forti” in Africa stentano, nonostante il trascorrere del tempo, ad ammorbidirsi
e semmai ostentano, in certe circostanze, persino una facciata di apparente democrazia, leggere “Le malaise gabonais” è utile.
Rende il lettore smaliziato e critico nei confronti delle istituzioni africane, e non solo per quel che riguarda propriamente il Gabon, rivelando alcune motivazioni di fondo di un immobilismo socio-politico-culturale spesso decisamente incomprensibile agli occhi degli occidentali.

a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

mercoledì 6 giugno 2012

PRESTO FRONTIERE AGEVOLI TRA MOZAMBICO E SUDAFRICA










I sistemi doganali in Africa, per chi ha avuto modo di viaggiare in passato o viaggiasse ancora oggi, spostandosi da una nazione all’altra, è noto che costringono quasi sempre a lunghe e interminabili ore di attesa, in coda, all’interno dei veicoli.
E, magari, con condizioni climatiche impossibili.
Per tacere dei comportamenti dei doganieri, che non sempre risultano essere dei più ortodossi.
Certo alcune eccezioni ci sono. Ma sono poche.
E cioè controlli fatti alla svelta, un sorriso cordiale e anche un augurio di buon proseguimento, dopo lo scambio di una birra o di una sigaretta.
Ma tutto dipende molto dal clima politico che si respira, nel luogo, al momento del transito.
Allora per superare questo genere d’ inconvenienti, e dati gli attuali ottimi rapporti tra i due Paesi, Mozambico e Sudafrica stanno realizzando, proprio in questi giorni,e d’intesa tra loro, tutto un sistema di modernizzazione della burocrazia alle frontiere.
E questo per fare in modo che gli scambi commerciali, nelle due direzioni, ne guadagnino in rapidità.
L’informatica, dunque, sarà anche in questa circostanza, il volanoimprescindibile dello sviluppo di entrambi i Paesi africani , come per altro era già previsto in precedenti accordi bilaterali.
Che il sistema procederà per gradi(i tempi saranno quelli africani) - lo riferisce il quotidiano mozambicano “Noticias”- privilegiando innanzitutto, sottolinea il giornale, il “grande” commercio e, successivamente, tenendo conto del cosiddetto “piccolo”.
Piccolo commercio che, a conti fatti, rappresenta in Africa, sempre e comunque,dato il tipo di economia vigente, la fetta più consistente degli scambi.
E quindi ricchezza , cioè moneta sonante.
E il discorso è valido sia per il Mozambico che per il Sudafrica.
Il Mozambico poi, senza ombra di dubbio, di questi tempi di moneta forte ne ha proprio un grande bisogno.
Specie da quando i suoi governanti non fanno altro che moltiplicare balzelli e aumentare i prezzi delle merci a danno della povera gente.
E lo stesso Sudafrica non se la passa così bene come Jacob Zuma, il suo presidente,il populista e il poligamo senza freni, il “difensore”a chiacchiere della tradizione zulu, vorrebbe far credere al resto del mondo.
Offrendosi perciò reciprocamente delle stampelle, accade che da parecchi anni a questa parte molti lavoratori mozambicani, per fronteggiare disoccupazione e povertà, sono andati e/o continuano ad andare ad ingrossare le fila della manodopera operaia nelle miniere sudafricane.
E sempre il Mozambico, diciamo il “fratello” meno fortunato, è quello che deve fornire energia elettrica al Sudafrica, grazie alla diga di Cahora Bassa ,che permette in questo modo alle imprese sudafricane , che ne consumano quantità ingenti, di dare vita a quelle che sono le loro relative produzioni e ottimizzare i profitti.
Ma sulla diga di Cahora Bassa in Mozambico così come sulla distribuzione dell’energia elettrica in Sudafrica ci sarebbe molto altro da dire.
Limitiamoci per il momento a salutare in positivo solo i vantaggi, se ci saranno nei fatti, delle nuove tecnologie applicate alle dogane.
Per l’Africa australe questo è un altro piccolo ma importante passo in avanti.
Da cosa nasce cosa. E vincitore,come dice Mandela, è solo chi non si arrende mai.
E gli africani sono persone che non si arrendono tanto facilmente .



Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

READING DA " AL BAR DELLA FORESTA" DI ROBERTO PIUMINI / RIFLESSIONE CON SORRISO





A un gatto dissi “ciao”,
lui mi rispose :”miao”.
A un cane dissi “ciao”,
lui mi rispose :”bau”.
A un lupo dissi:”ciao”,
lui mi rispose :”uau”.
A un uomo dissi “ciao”,
non mi rispose mai.

A cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

martedì 5 giugno 2012

CRIMINI RITUALI PIAGA DELL'AFRICA








Anche se è difficile, ai nostri giorni, per un occidentale crederlo e calarsi in un’ottica del genere, i crimini rituali, legati a quella che da noi chiamiamo, e a volte anche impropriamente, la cosiddetta “stregoneria”, sono una realtà nel continente nero.
Una realtà che magari fa anche a pugni con la modernizzazione in corso e la sete di democrazia dell’Africa giovane, quella delle generazioni del computer e dell’ultimo cellulare, ma che comunque esiste. Dall’oggi al domani non è raro che spariscano dai villaggi o in città donne, giovani o vecchie. Non importa quale che sia l’età. Uomini. E così anche bambini.
Gli albini, per esempio,oppure i gemelli, la cui vita in Africa,tanto degli uni che degli altri ,è ormai notorio che , fuori dalla protezione della stretta cerchia familiare, e neanche in quella sempre, resta a rischio.
Stupore a parte, la diffusione della stregoneria è più ampia e capillare di quanto si possa immaginare.
Quello che sconvolge però è che questi omicidi, perché è giusto chiamarli con il loro vero nome, avvengono quasi sempre in ambienti medio-alti del continente, dove alcuni politici o aspiranti tali oppure ricchi uomini d’affari del luogo, non paghi del successo già raggiunto, vogliono avere ancora di più.
L’antropologo Ludovic Mba Ndzeng, di recente, nel corso di una conferenza-dibattito a Libreville, in Gabon, organizzata dalla Commissione “Giustizia e Pace” di quella diocesi , ha chiaramente detto alla platea dei suoi uditori che questi abomini sono legati, a filo doppio, alla ricerca del potere in vista di un contro-dono, giacché l’obiettivo è sempre quello della promozione sociale, che per gli africani, quasi un tarlo che rode il cervello, è fondamentale e imprescindibile per poter infine contare nel proprio contesto e magari non solo in quello.
Per di più agli africani,specie quelli acculturati, affrontare certi argomenti proprio non piace. Disturba anzi. E io lo dico ricordando le sfuggenti risposte a questo genere di quesiti, anni fa,del saggio Joseph Ki-Zerbo, il burkinabé, primo storico dell’Africa nera. Per giunta cattolico.
Ma sbagliano.
Le eccezioni tuttavia ci sono.
Il fatto è che sono ancora troppo poche.
Parlarne senza peli sulla lingua è dunque molto importante se si vuole realmente porre fine alla piaga e che il messaggio passi sul serio specie per tutti coloro che sono convinti che la vita è un dono incommensurabile e che va rispettata.
E non c’è ambizione alcuna o voglia di successo o di potere con cui ,essa vita, possa essere barattata per soddisfare qualsiasi altro egoismo personale, ricorrendo per giunta al delitto.
In questa direzione,oggi come oggi, in molti Stati africani si stanno organizzando e muovendo con serietà(ed è un bene) oltre alle scuole, alle università, alle radio e alle tv locali, dove se ne parla di continuo, anche alcuni romanzieri di successo.
Quest’ultimi, come il non più giovane tanzaniano Gabriel Ruhumbika (ma non è il solo se si pensa alla letteratura africana di successo di un Chinua Achebe o di un Ben Okri), provano a raccontare nelle loro storie appunto le dinamiche di questo magico e surreale pensare e agire, che spinge al crimine.
Lo fanno all’africana certo .Espongono fatti cioè e non c’è nel racconto alcun giudizio di valore.
Ma lo hanno fatto o lo fanno per raggiungere, attraverso la parola scritta, e possibilmente in presa diretta, in particolare la gioventù.
E cioè quella che un domani potrà essere la futura classe dirigente del Paese.
Quale che sia il Paese.
L’eliminazione di questi riti, accanto al rispetto nei confronti della vita del quale non si discute , significa, andando al di là di una lettura di superficie, maggiore stabilità politica e pace nazionale.
Politici corrotti o corruttibili, e affaristi senza troppi scrupoli, non hanno mai fatto, che sia noto a memoria d’uomo, il bene del proprio Paese e della propria gente.
Combatterli, cominciando a fare guerra alla “stregoneria”, significherà ancora una chance in più per vincere ed avere, molto probabilmente e quasi ovunque, in Africa, un po’ più di giustizia per tutti.

Mariannna Micheluzzi (Ukundimana)

lunedì 4 giugno 2012

GLI INCONTRI DI BABA FRANCESCO / SULLE STRADE DELLA MISSIONE








Le domeniche pomeriggio, quando ha terminato i propri impegni di routine, baba Francesco, il nostro amico missionario della Consolata, da più di un anno ormai in Tanzania, a Bunju, e anche direttore della rivista Enendeni(“Andate” in swahili), fa delle passeggiate a piedi ,macinando chilometri e chilometri, nel caldo africano, solo a tratti smorzato da poderose folate di vento proveniente dall’oceano, per scoprire i dintorni di quello che ormai è il suo ultimo e recentissimo habitat.
E , a chi glielo domandasse, risponde: solo “per sgranchirsi un po’ le gambe”, dopo tante ore di scrivania e di computer.
Domenica scorsa, in una di queste consuete sortite, strada facendo, s’imbatte quasi per caso in un villaggio Makonde , che gli era stato segnalato a suo tempo e dove non ha certo difficoltà a farsi accogliere sia pure utilizzando un swahili, che egli ritiene non ancora perfetto.
I sorrisi aiutano e il gesticolare di noi italiani completa ,specie quando si tratta di comunicare con qualcuno, che non parla la nostra stessa lingua.
E così , infatti, avviene.
Ciò che colpisce subito baba Francesco, quasi come il classico forte pugno allo stomaco, è la palese povertà della gente Makonde. Povertà dignitosa però s’intende. Come sempre in Africa.
I Makonde di Tanzania (ci sono anche i Makonde del Mozambico ) sono, infatti, agricoltori molto poveri e arrotondano per vivere, come possono, realizzando nei tempi morti,quando siccità o grandi piogge non consentono di lavorare la terra ,oggetti di artigianato.
In prevalenza si tratta di sculture, che poi vendono al mercato.
Essi, quasi tutti, maschi e femmine,per l’appunto, cominciano a scortecciare alberi sin da piccoli.
Alcuni di loro sono anche divenuti dei grandi artisti nel mondo dell’arte “nera”, conosciuti persino fuori dall’Africa. E questo sia come scultori che come pittori.
Quale pittore, per esempio, è notissimo ormai a livello internazionale George Lilanga . Ed è un makonde.
I Makonde, occorre dirlo, hanno una sensibilità e attitudine artistica decisamente non comune.
Sono in realtà di origine portoghese, arrivati in Africa secoli e secoli addietro, e divenuti poi, nel tempo e per le circostanze, stanziali nella regione montuosa vicino al fiume Ruvuna, che fa da confine tra Mozambico e Tanzania.
Ecco il perché dei Makonde del Mozambico.
Quelli del Tanzania(oggi vivono soprattutto nei dintorni di Dar es Salaam) sono di osservanza musulmana proprio per i contatti che, in passato, i loro antenati ebbero con gli arabi,che occupavano quell’area geografica, i quali non facevano schiavi, si dice, quelli che praticavano la loro stessa confessione religiosa.
Di spirito combattivo un tempo, oggi traducono la loro fierezza semplicemente nell’impegno a tenere il passo, come possono, con un’Africa che sta cambiando e anche troppo in fretta.
E non sempre è facile.
L’accoglienza dell’ospite, sia pure con i loro poveri mezzi, resta comunque una priorità.
E baba Francesco non può non commuoversi per l’offerta generosa, dopo l’invito a sedersi sulla classica stuoia.
Due parole di sincera fratellanza, scambiate con gli uomini, e una carezza, che non è mai di troppo, ai bambini dai grandi occhioni, che osservano curiosi e sorridenti nell’ attesa di quella manciata di caramelle, se l’uomo bianco sarà disponibile a farne loro dono . Mentre le donne, come sempre è costume qui , silenziose, continuano ad accudire a quelli che sono, per tradizione e cultura, i loro doveri familiari.
Una ventina di minuti in tutto o forse più è lo stare insieme e poi si saluta e s’imbocca il percorso inverso.
Sulla via del ritorno il” nostro” missionario non può non ricordare e ripensare a quanto visto e udito.
E vede scorrere, quasi come in un filmato, le scene di vita della comunità Makonde, con cui era solo pochi istanti prima. E anche per noi non sarebbe diverso.
Soprattutto torna in mente a baba Francesco, mentre schiva sabbia e pietruzze dai suoi sandali, ancora troppo “occidentali” per quel luogo, il racconto di baba Camillo, il suo amico e compagno.Quello sì un autentico veterano dei missionari in Tanzania.
Camillo , infatti, gli aveva raccontato una sera,subito dopo una parca cena al lume del gracchiante e bizzoso generatore, l’affascinante leggenda delle origini dei Makonde.
E lui, baba Francesco, allora, pivello della missione, con qualche anno di meno sulla “groppa” e nessun capello bianco rispetto all’ oggi, era stato ad ascoltarlo, affascinato e curiosissimo.
E la leggenda narra che, nella notte dei tempi, cioè parliamo di milioni di anni fa, un uomo solitario,né troppo uomo, né troppo bestia, se ne stava in riva al fiume per un tempo indefinito a scortecciare , intagliare e sagomare un tronco d’albero quando, all’improvviso, dal suo lavoro si stagliò , manco a dirlo, una sinuosa figura femminile.
Il solitario,positivamente attratto dall’ opera delle sue mani, la trovò talmente bella che se ne innamorò e giacque poi con lei.
Dall’ unione dei due nacque un primo figlio ma morì subito. E così accadde per il secondo.
Il terzo, invece, sopravvisse, e fu lui il capostipite dei Makonde.
E questo spiega perché per i Makonde, accanto a scene di vita quotidiana, nelle loro sculture privilegiano sempre la figura femminile.
La “madre” appunto di tutti i Makonde.
Presente anche e sopratutto nell’ujamà, quello che è il loro superbo albero genealogico, la loro tipica scultura in legno, dove figure maschili e femminili si uniscono in una danza complessa e misteriosa, avviluppandosi l’un l’altra in un unicum di rara bellezza e perfezione, se l’artista è davvero tale.

Marianna Micheluzzi

SPERANZA TENUE PER LA PACE IN SUD-SUDAN










Pace in Sud-Sudan significherebbe per la gente comune poter riprendere il corso di una vita normale.
Significherebbe, poco per quanto sia, poter mettere qualcosa sotto i denti.
Trovare dove semmai curarsi in caso di necessità ,soprattutto gli anziani e i bambini, cosa oggi neanche lontanamente immaginabile.
Significherebbe liberarsi del ricatto costante e continuo dell’altro Sudan, quello del musulmano el Bashir, che ha giurato di annientarlo.
Quello ricco, insomma, a paragone con il nuovo Stato-fratellastro, a detta del Nord.
Anche se poi la ricchezza in “fieri” (petrolio e minerali pregiati) è e rimane a Juba più che a Khartoum.
Per questo, giorni fa, sono ripresi i negoziati di pace ad Addis Abeba, in Etiopia, nella sede dell’Unione Africana, presente anche una rappresentanza del governo italiano.
Margherita Boniver, in vece del ministro degli Esteri ,Giulio Terzi, al rientro, dopo un viaggio esplorativo in Kenya, Sudan e Sud-Sudan, ha dichiarato, infatti, che le condizioni in quei paesi, specie nei campi profughi, sono decisamente d’invivibilità e molto peggiori anche rispetto ad un recentissimo passato.
Darsi da fare, allora, perché pace sia al più presto possibile. E anche prima che sia troppo tardi per tutti.
Basta morti inutili. Dal momento che Khartoum continua con rappresaglie e bombardamenti contro il Sud-Sudan comunque.
Si tenga, inoltre, presente che el Bashir, noto criminale e tiranno ricercato dal Tribunale penale internazionale de L’Aja, dopo aver vessato il pubblico impiego e i commercianti, a casa sua, con tasse salatissime allo scopo di portare avanti la “sua” guerra contro il Sud-Sudan, nell’est del Sudan ha espulso alcune organizzazione non governative con l’accusa di non saper portare avanti bene i propri progetti.
Una modalità, a mio parere, per fare ulteriore vuoto intorno alla sua gente, che deve avere un solo obbligo nei confronti del “potere” costituito e cioè quello di obbedire e sottostare.
Pena : pesantissime condanne o addirittura il rischio della propria vita.
I diritti umani a Khartoum, è cosa nota, sono un optional.

A cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

domenica 3 giugno 2012

"FAMIGLIA TEATRO DEL MONDO" DOMANI / IN MARGINE AD UNO SCRITTO DI CLAUDIO MAGRIS














Cristo è venuto a cambiare la vita degli uomini- scrive Claudio Magris nel numero speciale odierno del Corriere della Sera dedicato all’Incontro Mondiale della Famiglia- sgombrando immediatamente il campo da ogni forma di vuota e spocchiosa retorica appunto intorno all’argomento “famiglia”, cui saremmo erroneamente inclini a propendere, un po’ per tradizione culturale italica,”mammona”, un po’per una visione limitata e limitante del nostro essere nel mondo.
Tutti o quasi tutti, indipendentemente da cultura e geografia dei luoghi.
Ma per il credente,per il seguace di Gesù di Nazareth, per onestà intellettuale il professore non aggiunge nulla di nuovo al già noto e introiettato.
Sempre Magris prosegue poi sottolineando che il messaggio cristiano privilegia valori molto più alti, che la famiglia non può non imparare a coltivare, se magari non lo avesse ancora fatto e/ o se non vuole continuare a chiudersi, sulla difensiva,in una specie di fortezza dalla mura invalicabili.
Già ci bastano, ai nostri giorni, dico io,gli”Stato” fortezza con i loro assurdi respingimenti.
Più famiglie sono lo Stato.
Ed è questo il punto imprescindibile su cui fare chiarezza e, semmai, interrogarsi bene.
Family day e cerimonie similari, a parte.
I nodi da sciogliere sono tanti e altri. Molti altri.
E cioè cosa significa essere ” famiglia”, oggi, in un mondo globalizzato come il nostro. E che lo sarà sempre di più andando avanti nel tempo.
Un mondo che deve fare i conti con il diverso e il lontano. Piaccia o meno.
Il professor Magris esemplifica, a proposito di famiglia, il suo argomentare con molteplici riferimenti di carattere culturale.
Dalla Bibbia, il libro per eccellenza di sempre e in particolare in essa il messaggio evangelico, in cui la rivoluzione valoriale è più che mai esplicita attraverso le stesse parole “ferme” e talora brusche di Gesù ,fino ad arrivare alle citazioni di autori come i classici greci (poemi omerici- i grandi tragediografi ), Leone Tolstoj, Kafka, André Gide
.Oppure cita i nostri poeti italiani del ‘900 come il dialettale veneto Giacomo Noventa o il triestino Umberto Saba.
Perché la liberazione dell’uomo – il senso del Cristianesimo – non può non liberare pure la famiglia; anche da se stessa, se occorre.
Questo è il senso del pensiero di Magris (per noi un importante invito a riflettere), che vede realisticamente, purtroppo, nella famiglia il Giano bifronte, proprio quello di storica memoria.
Tutto il bene e tutto il male possibile.Insomma.
Come c’insegna tanto la nostra esperienza personale e degli amici e conoscenti quanto le cronache aggressive e quotidiane dei” media”.
Potrebbe essere diverso forse insegnando- dico io- che cos’è invece la solidarietà autentica.
Perché queste “cose” si apprendono in famiglia.
Anche.
Ma nonostante certo cinismo e disincanto dilaganti,bisogna in tutta sincerità dire che non sono poche le famiglie che attualmente lo fanno, e da lungo tempo pure, perché credono in ciò che fanno.
E - puntualizza il nostro in conclusione- solo in tal modo la famiglia può veramente diventare un autentico Teatro del Mondo e dell’universale-umano.
Meticcio è bello, include anche questo.
A patto, in coda, aggiungo io che la “famiglia”(le nostre famiglie) abbia sopratutto l’umiltà di apprendere nell’incontro con l’altro tutto quanto c’è da imparare. E ce n’é.
Piuttosto di arrogarsi il saccente diritto di voler essere lei , e soltanto lei, “maestra” in situazione.


Marianna Micheluzzi

venerdì 1 giugno 2012

ITALIA/ IL COMMERCIO EQUO E SOLIDALE CRESCE







In controtendenza con la crisi ,in Italia, il Commercio Equo e Solidale cresce.
E’ quanto emerge dal “Rapporto nazionale 2012” dell’Agices(Assemblea generale italiana del Commercio Equo e Solidale).
Nel nostro Paese abbiamo ben 90 organizzazioni per un totale di ben 247 “botteghe”.
Le attività svolte nel 2010 evidenziano nel totale complessivo del fatturato una crescita del 3%, passando dai 79,5 milioni di euro del 2009 agli 81, 7 del 2010.
A queste cifre corrisponde un aumento delle importazioni dal Sud del mondo pari al 19%, della spesa per l’ambito dell’informazione pari al 4% e dell’occupazione pari al 3%.
Con quasi 30 mila soci e più di 4800 volontari, le organizzazioni socie di Agices cercano di rispondere ad una esigenza sempre più sentita di acquistare prodotti che rispettano l’ambiente e la dignità dei lavoratori del Sud del mondo.

A cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)