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venerdì 31 maggio 2013

Rep. dem.del Congo / Il nodo da sciogliere per capire cosa accade oggi nel Kivu






La Rdc (ex-Zaire), quando negli anni ’60 del secolo scorso ottenne l’indipendenza dai belgi, grazie all’impegno politico-culturale di un leader della levatura di Patrice Lumumba, in seguito poi purtroppo assassinato perché non conforme, visse terribili anni d’ingovernabilità sotto la dittatura di Mobutu.

Una dittatura dalla durata trentennale. Ma in Africa è sta ed è la normalità con i padri-padroni degli anni post-indipendenza.

Con l’aiuto di Uganda e Rwanda, nel 1966, a Mobutu (che va a morire in esilio, in Marocco) finalmente subentra, a Kinshasa( una capitale da oltre 9 milioni di abitanti), Laurent Desiré Kabila.

Con Kabila,l’anno successivo, a maggio, quello che si chiamava Zaire diviene, appunto, la Repubblica Democratica del Congo.

Ma l’idillio con Uganda e Rwanda è di brevissima durata e c’è anche il disconoscimento di alcuni trattati sottoscritti a favore di diverse multinazionali,avide principalmente di materie prime (oggi fa gola il coltan), che avevano giustamente delle pretese in cambio dell’aiuto dato, a suo tempo, per consentire a Kabila di conquistare il potere.

Pertanto il voltafaccia di Kabila innesca nel 1998 una improvvisa guerra con Uganda e Rwanda, da cui ci si salva, e proprio a stento,solo grazie all’alleanza strategica dei congolesi messa in piedi in fretta con la vicina Angola. E poi con l’aiuto di Namibia e Zimbabwe.

E’ da questo momento che parte l’ingerenza di Uganda e Rwanda, con la sponsorizzazione di movimenti dissidenti, fuoriusciti, che sono presenti nella zona orientale del Congo.

Ci sono, infatti, in Congo hutu genocidari scappati dal Rwanda al momento della vittoria di Paul Kagame e del Fronte Patriottico Ruandese (FPR), che attraversano di continuo la frontiera in una direzione e nell’altra. E non sono certo personcine tranquille.

E la cosa non ha termine neanche con la morte di Kabila, per altro anch’egli brutalmente assassinato nel 2001.

Naturalmente, quasi dinasticamente, gli succede, come è ovvio, suo figlio Joseph, ma per la popolazione civile da anni il tormento continua e non è cambiato e non cambia ancora niente.

Combattimenti e ripetuti disagi. Questo è tutto ciò che vedono e che vivono ogni giorno.

E per fare il soldato non c’è neanche molto da preoccuparsi da parte dei giovani.

L’arruolamento è facile.

C’è continua richiesta anche se la paga, spesso, o non c’è per niente oppure non è affatto quella promessa. E allora si saccheggia .

E, soprattutto, una ricca offerta di manodopera è quella che non manca mai in quanto disoccupazione e povertà sono da sempre alle stelle.

A Kinshasa, invece, ci s’incontra tra le alte sfere della politica (summit-meeting e quant’altro), si discute e poi non si conclude niente.

          a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

giovedì 30 maggio 2013

"Il segreto" /Spazio Poesia






Bozzolo

recondito

in una cellula di

di teatranti

che ammantano

di belle parole

ciò che è solo

il proprio avido

opportunismo.

Ti riconosco

antica inquietudine

squallido stigma.

Hai un nome.



Marianna Micheluzzi

Human Trafficking / Che cos' é? /Che fare per "stopparlo" ?






Non ci pensiamo mai abbastanza ma il problema esiste ed è anche enorme.

Facciamo finta d’ignorarlo, forse per superficialità.

Oppure per consapevole impotenza ma esso è più vicino a noi di quanto si possa immaginare.

Le statistiche dicono che , attualmente, nelle cosiddette “moderne” schiavitù, nel mondo, quindi anche nel nostro di mondo, quello dei viali periferici delle piccole o grandi città, delle campagne incolte dei differenti “sud”, dove nessuno vuole più lavorare la terra, perché è fatica e non rende, nelle stazioni delle metropolitane o alle fermate degli autobus per mendicare, in pseudo cliniche-prigioni,dove si trafficano organi, sono coinvolte nel complesso non meno di 27 milioni di persone .

Maschi e femmine, minori e bambini in tenera età. Indifferentemente.

E ciò è possibile proprio perché continuano ad esistere disparità da brividi di quelli che sono i mezzi di sussistenza sul nostro pianeta.

E il tutto a fronte di una corruzione, politica e no, indescrivibile.

E la miseria è naturale che non induce di certo la gente a fare molti distinguo.

I continenti interessati si può dire che siano tutti, ad eccezione dell’Oceania.

E l’Italia, il nostro bel Paese, è un’ottima base operativa per dislocare la “merce” preziosa anche nelle altre città europee.

E sono gli stessi genitori, molto spesso, come poi ben apprendiamo dalle cronache, a offrire i propri figli a trafficanti senza scrupoli, in cambio di un po’ di denaro e speranzosi che essi possano avere un futuro migliore del loro.

Ed è possibile una simile cecità solo per via della totale disinformazione in cui, sia pure ai nostri giorni, queste persone vivono.

I profitti di questi trafficanti raggiungono e continueranno a raggiungere , manco a dirlo, cifre da capogiro. Si parla di oltre trenta miliardi l’anno in dollari Usa.

E gli “affari” sono, naturalmente, destinati a crescere.

Il fenomeno è terzo per volume d’affari subito dopo la droga e il traffico d’armi.

In merito al “che fare?” la buona notizia, ad esempio, è quella molto recente che la Commissione europea,nell’ambito del Lifelong Learning Programme, ha finanziato, quest’anno, per 35 studenti universitari selezionati, una formazione accademica e professionale qualificata in relazione, appunto, allo specifico traffico di esseri umani.
 E la formazione ha riguardato molteplici ambiti. In particolare l’insegnamento, tenutosi per alcuni giorni alla Certosa di Pontignano (Siena), in marzo, dal Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Siena (prof.Lenzerini) in collaborazione con le università della Tecnica di Dresda (Germania), la St.Thomas University di Miami (Stati Uniti), la Masaryk University di Brno (Repubblica Ceca) e la Romanian American University di Bucarest (Romania), ha privilegiato soprattutto l’aspetto giuridico ma anche quello riguardante la salute pubblica (prostituzione) e la corretta convivenza umana e sociale.

La metodologia seguita è stata quella del “New Haven Approach”, fondata sull’interdisciplinarietà e sullo sviluppo del diritto in funzione delle necessità concrete degli esseri umani e della loro dignità di persone.

E’ un grande bene, dunque, che l’Europa abbia compreso e si stia attrezzando in tal senso, e che spenda denaro e energie nel campo della formazione , per arginare il dilagare macroscopico del vergognoso fenomeno.

Quello che occorrerebbe in più, allo scopo di essere più incisivi e supportare quella che è la normale formazione, a tavolino, di studenti esperti, è , io credo, dare maggiore spazio all’informazione sui “media”, nostrani e no, con ripetute campagne e testimonial convincenti.

Affinché tutti sappiano e non possano più dire di non sapere. E che si crei così, gradualmente, coscienza del problema per imparare da subito a rifiutarlo.

L’urgenza è d’obbligo in società “civili”.

E, ancora poi , non sarebbe peregrino il formare personale volontario che, all’interno di organizzazioni non governative (Ong),in Africa, America Latina, Asia povera, batta, specie i villaggi rurali ma anche le baraccopoli urbane, con il compito d’informare la gente e, in particolare, quelle famiglie con figli, delle tragiche truffe e degli eventuali furbeschi raggiri, cui possono andare incontro.



a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

mercoledì 29 maggio 2013

Uganda / Giornalisti con il bavaglio e pugno di ferro del potere








I giornalisti ed esponenti della società civile, che hanno dimostrato per protesta, ieri ,dinanzi alla sede del Daily Monitor, il quotidiano impedito di andare in stampa ormai da dieci giorni, sono stati allontanati dalla polizia di Kampala in malo modo, a manganellate e con l’ausilio di lacrimogeni.

E non sono mancati arresti immotivati tra cui quello di Geoffrey Wokulira Ssebaggala, il coordinatore nazionale della Rete dei diritti umani dei giornalisti(Hrnj).

La situazione ,in Uganda, diviene ogni giorno che passa, tra l’altro, più pesante e problematica e non s’intravede, al momento, una via d’uscita per riportare la calma e il rispetto dei diritti nel Paese.

Le dinastie sono dure a scomparire, e chi usa la stampa (ossia il diritto alla libertà d’informazione) per mettere in chiaro certe scomode verità, viene punito subito con la censura.

Se non gli accade di peggio.

E’ regime tout court, insomma.

Mi riferisco al “progetto Muhoozi” e cioè alla successione al potere, a breve, del figlio dell’attuale presidente Museveni.

Il clan Museveni teme sgambetti potenti da parte dei militari dissenzienti.

Non vuole che si parli di complotti.

Infatti è iniziato da tempo un valzer di nuove nomine di generali al posto di alcuni altri di lungo corso ma, forse, di non provata fedeltà.

Intanto il Daily Monitor continua a pubblicare in versione online.


      a cura di  Marianna Micheluzzi (Ukundimana)


 

martedì 28 maggio 2013

"Io sto con la cicala" di Fausto Gusmeroli /EMI-Bologna



L'autore, ricercatore e docente nel campo agro-ambientale, sviluppa con metodo l'intuizione che fu di  Gianni  Rodari per rendere, diversamente dal sentire comune che le preferisce la laboriosa formichina, la cicala, intesa  quale simbolo del limite, della cooperazione, del benessere, del cosmocentrismo, della lentezza (.. de "il diamoci tempo" ).
Cicala, icona dell'utopia, insomma, in contrapposizione con la crescita, la competizione, il consumismo,l'antropocentrismo....di cui è metafora simbolica, invece, nella favola di Esopo, e poi di Fedro, la formica.

  a cura di Marianna Micheluzzi

"Tradimento" -Ritorno in Sudafrica /Adriaan van Dis racconta la disillusione di una generazione attivista e sognatrice /Iperborea editrice






I due amici di un tempo, Mulder, l’europeo giramondo, l’alter-ego dell’autore, viaggiatore e giornalista, e Donald, il sudafricano politicamente impegnato, si ritrovano dopo anni di separazione nel Sudafrica odierno, quello appunto del dopo apartheid.

Entrambi, al tempo della lotta contro i bianchi padroni, avevano combattuto per i grandi ideali di rispetto, di libertà e di giustizia, niente affatto applicati nei confronti della popolazione di colore di allora che, pur essendo la maggioranza, come sappiamo, veniva ghettizzata nel peggiore dei modi.

Ma oggi , a quel che osservano, tutti e due i “nostri” si dicono ad un certo punto, e fuori dai denti, che non è meglio di ieri specie se i neri sudafricani arrivano addirittura a rimpiangere i tempi in cui stavano peggio.

Il ritorno e l’incontro è un pretesto, allora, per mettere in evidenza solo il fallimento, alla resa dei conti, di un’utopia cui si era andati dietro con ingenuità giovanile e tanta ideologia, credendola realizzabile.

E lo stesso Sudafrica è un luogo- pretesto in quanto certe contraddizioni umane potrebbero essere, e lo sono, presenti in un qualsiasi contesto anche del nord del mondo.

Ciò che resta possibile oggi, per chi ha creduto allora, è salvare il salvabile, rimboccandosi le maniche per impedire, ad esempio, al piccolo Hendrik ,una loro conoscenza, di continuare a ingollare del Tik.

E cioè un’anfetamina ,che si ricava dai molluschi di mare,che pescatori di frodo e trafficanti senza scrupoli propinano a tanti giovanissimi sudafricani dalle pance spesso vuote.

Insomma Mulder e Donald, ora uomini maturi, capiscono benissimo che i confini tra bene e male sono essenzialmente labili e, per impedire il disastro totale, facendo ciascuno la propria parte, occorrerebbe magari un po’ di più tutti “occuparsi del mondo”.

Cosa che di solito, appagati del proprio “status” raggiunto, non si fa e che si preferisce, semmai ,demandare ad altri.

           a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

"Il ponte dei venti" / La Poesia degli altri


Il ponte dei venti






Se assecondi le cose che accadono

la vita non ti esclude

e si ritrae il timore dell’inaspettato.

L’aria che circola fuori le mura

ti stana e libera dall’abituale assedio

e ti fai tramite di storie d’altri

che insieme passano quel valico per compiersi.



           Marco Caporali


ndr. ) L'opera a corredo del testo è dell'artista R.Verdone.

Senegal / In Casamance urge la pace






Questa regione meridionale del Senegal, confinante con il Gambia e la Guinea Bissau,paesi con cui ha stretti legami, vive dal 1982 una conflittualità interna terribile e fastidiosa, che ha prodotto morti e devastazioni a non finire per un lungo periodo e che cerca, ancora oggi, nel ribellismo politico delle sue frange estreme, autonomia da Dakar. Quella che, però , non è mai venuta.

Dakar, piuttosto, ha inviato laggiù, molto spesso, soltanto militari. E per sedare le ripetute proteste e per mettere il bavaglio ai rivoltosi.

Nel gennaio 2012, il presidente Wade, ormai certo di non essere più in sella per un nuovo incarico presidenziale, ha chiesto, allora, alla Comunità italiana di Sant’Egidio di fare da mediatrice per tentare un’ennesima volta la pace in Casamance.

Un segnale di positività, prima dell’uscita di scena, che egli intendeva forse lasciare a proposito del suo operato per altro, a tratti ,e come purtroppo ben sappiamo (nepotismo e corruzione in primis), piuttosto discutibile.

E pare infine che, a piccoli passi, qualcosa cominci davvero a muoversi e ci si stia riuscendo anche se è troppo presto, ovviamente, per gridare vittoria.

Conosciamo la tenacia e l’impegno serio della Comunità di Sant’Egidio.

Mozambico docet. E non solo.

Il fatto è che sono gli stessi abitanti della regione,intendo della Casamance, che non vogliono più saperne della violenza.

Trent’anni sono state tantissimi in disagi e in sofferenze, per cui agognano assolutamente, per i propri figli, un avvenire molto differente da quello che essi hanno avuto in sorte di vivere.

E probabilmente, vinte le resistenze interne al Movimento delle forze democratiche in Casamance (Mfdc), dove un’ala armata e intransigente non intende affatto mollare la sua guerra, si arriverà al risultato positivo che si spera.

Per il momento, prudenzialmente, la Comunità di Sant’Egidio tratta con un solo interlocutore, che è Salif Sadio,che non ha, comunque, il controllo totale sul movimento.

Ma perché, in origine, questa ribellione della Casamance ?

Essa, la Casamance, e dunque la sua gente, non intendeva fare la”cenerentola” della capitale Dakar come, nei fatti, accadeva .Ha chiesto da sempre, anche sotto il dominio coloniale francese, di avere una propria rappresentanza politica e amministrativa, che le veniva sistematicamente negata.

Lo sfruttamento economico,che in buona parte c’è stato, così come anche una certa forma di colonizzazione culturale ( lingua e religione), hanno mantenuto vivo il desiderio d’indipendenza e, quindi, alta la voglia di conflitto in certe frange della popolazione che, per quanto strisciante, e cioè di quello che gli esperti definiscono a bassa intensità, si è protratto troppo e ancora fino ai nostri giorni.

Il negativo del bilancio trentennale di morti , devastazioni e fughe, in Casamance e dalla Casamance, ce lo danno le cifre dell’Acnur (Alto Commissariato Onu per i rifugiati), di Amnesty International con i suoi periodici rapporti, e di altre Ong locali, come Apranis.D.P.

Basta andare a leggerli.

Fare il tifo per la pace, in questo caso, sarebbe non solo far tacere le armi ma, principalmente, dare una mano alla regione per uscire dalla crisi economica e sociale in cui è piombata da un trentennio.

E i numeri per un’autentica ripresa ci sarebbero tutti. Partendo, per esempio, dalla bellezza dei luoghi. In particolare da quella delle sue spiagge (turismo). Così come dalla fertilità delle sue terre (agricoltura).Sopratutto, però, bisogna far ritornare i giovani sui banchi di scuola.








     a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

lunedì 27 maggio 2013

La lepre e la iena / L'angolo del Griot








Un giorno come tanti una lepre e una iena, passeggiando ai margini della foresta, giunsero in prossimità di un ruscello dalle acque limpide.

Quando entrambe si accorsero che l’acqua era ricca di pesci di piccola taglia, gettarono le reti, che avevano con sé, e che presto si riempirono di abbondante pescato.

La lepre, con generosità, offrì subito alla iena tutto il pescato del giorno ma la “nostra”,sdegnosa e irriconoscente come sempre, rifiutò con il pretesto che sarebbe venuta a pesca magari il giorno seguente.

Nessuno, però, l’indomani la vide mai da quelle parti.

Intanto passarono giorni e giorni prima che le due si rincontrassero di nuovo e, giunse nel mentre anche la stagione secca.

Questa seconda volta, sempre in foresta, la lepre, senza sosta, si mise d’impegno a raccogliere un bel po’ di legna per fare il fuoco per scaldarsi la notte e/o per cucinare qualcosa da mettere sotto i denti.

 O, con più vantaggio, per poterla vendere al mercato a chi volesse fare la stessa cosa.

La iena, invece, prese a raccogliere pochi sparuti fili d’erba, che si erano sottratti alla calura, e ne fece un magro fascio.

E, secondo lei, era stata più furba della lepre, perché l’erba era, senza dubbio più leggera della legna e lei avrebbe guadagnato lo stesso, facendo il mercato, ma con poca fatica.

Una volta al mercato, però, la lepre vendette in un baleno tutta la legna raccolta, che andò a ruba, mentre nessuno acquistò l’erba dalla iena.

Trascorsero ancora altri giorni e la lepre venne a sapere dai suoi vicini che, quasi certamente, la iena presto le avrebbe fatto una visita.

I vicini dicevano trattarsi di una visita di cortesia.

Così la lepre non perse tempo e si organizzò per darle una lezione.

Si mise comoda sdraiata su di una stuoia, prese dal ripostiglio un uovo, che cucinò al punto da renderlo sodo e ,dopo averlo introdotto in bocca, si dipinse pure una guancia con il carbone.

Quando la iena arrivò nell’ abitazione, la lepre, lamentandosi ininterrottamente, finse di avere un terribile male ai denti tanto che le era sopraggiunto, addirittura, un ascesso.

Ciò impietosì e, soprattutto, incuriosì la iena.

Si avvicinò e poco cauta, provò a introdurre la zampa nella bocca della lepre e a tastare con un dito il punto in cui era posto il dente malato.

Ma la lepre, in quell’attimo, chiuse la bocca  di scatto e serrò con forza tutti i denti e rifilò un morso solenne alla iena che, da quella volta in poi se ne stette per sempre alla larga da quella lepre e da tutte le altre sue simili del circondario.

               a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

Che cos'è l'emozione ? /Dal catalogo della seconda edizione del Festival Artemozioni ( 2013) di Pesaro










Emozione è quella frazione di secondo in cui si genera, senza uno specifico preavviso, una consonanza perfetta tra te e un’altra persona, tra te e un determinato contesto (paesaggio), tra te e un oggetto molto “speciale” oppure tra te e una melodia particolare, che ti ritrovi, magari per caso, ad ascoltare.

E accade, in genere, come già detto, in un tempo dato e non previsto. Una fiammella ,che si alimenta e cresce su se stessa e si fa luce illuminante.

Ne hanno consapevolezza immediata , per essere chiari, gli innamorati.

E l’arte, tutta l’arte,che nasce dall’emozione, è un sentire che le parole, per quanto ricercate o forbite esse siano, non sono quasi mai in grado di tradurre in completezza ( critica di mestiere).

Non è il critico, con i suoi giudizi , colui che rende l’opera d’arte tale.

Si sfata un altro mito .Il critico al massimo può favorirne l’inserimento nella storia dell’arte. Ma non è neanche detto che sia così.

Le parole, infatti, la corteggiano, la fasciano o ci inciampano ma l’emozione, l’emozione artistica in questo caso, è un processo inafferrabile da chi ad essa, per forza di cose, è estraneo.

E’ un’alchimia che si genera nella magia dell’ attimo fugace di quello che poi è il rapporto straordinario tra demiurgo e creatura creata.

E questo anche quando è poesia e cioè parola parlata o parola scritta.

Non c’è testo scritto infatti, anche di uno stesso autore,se ci si presta attenzione, che sia mai uguale ad un altro.

Fermo restando,ma è scontato, la medesima e cosiddetta visione di vita, che è il deposito emozionale da cui emerge e scaturisce tutto il “suo” sentire e narrare.

Se partiamo da un paesaggio dipinto è la stessa cosa.

Un crepuscolo dorato nel silenzio della campagna o di una marina o nei tracciati di geometrie metafisiche è l’incanto che nasce dall’emozione e che coinvolge l’osservatore.

Ed è possibile perché il primo, assieme al suo sentire “speciale”, una specie di “terzo occhio” del sentimento, ha conoscenze e competenze, cioè esperienze del reale e tecniche di resa nella messa in opera.

Stessa cosa, forse anche di maggiore complessità, accade quando l’artista, nel caso il pittore, ma potrebbe trattarsi anche dello scultore, si dedica alla realizzazione della figura umana.

Figura umana è sempre sintesi ricca dell’esistere e, a qualunque età, essa ingloba di necessità passato, presente e proiezione nel futuro. E tutto questo il”maestro”,se tale è, deve essere in grado di coglierlo ed esplicitarlo, perché altri possano, in seguito, essere messi poi in grado di “leggere” l’opera compiuta.

Non c’è soggetto d’arte, paesaggio o ritratto che non rimandi ad un’analisi del contesto di provenienza. Senza di necessità essere”fotografia” del reale.

Accade pure con l’arte astratta. Quell’arte, talora “incompresa” dai più, che “parla” solo attraverso il colore e il tratto, e che pur rinunciando al figurativo si mostra parimenti abile nel cogliere tutto il pregresso di una “storia”, se si è capaci di leggerla.

Tutto a conferma, ancora una volta, che l’emozione in arte è quel passaggio naturale da intuizione a espressione. Identità tout court. Quella che io chiamo consonanza. Un’identità che chiama in causa in un secondo momento il fruitore intelligente, il quale legge e rilegge il prodotto artistico e non lo dissocia affatto da altre forme di spiritualità come può essere,di rimando, anche un discorso di natura filosofico-teologica.



         di Marianna Micheluzzi

ndr.) L'opera a corredo del testo è dell'artista Maria Vuelta

Repubblica Centrafricana /Non dimentichiamo Bangui










Quello che sta accadendo nella Repubblica Centrafricana ad opera degli uomini del Seleka, dopo la cacciata di Bozizé, fantoccio dei francesi, è inenarrabile.

Ma quello che è peggio è il silenzio dei “media” e dell’opinione pubblica internazionale.

Neanche una riga spesa, se non a caldo, e cioè nell’immediato.

Lì non c’è petrolio, né oro, né diamanti, né coltan o altri minerali pregiati. Pertanto gli appetiti dell’Occidente (leggi le multinazionali) sono irrisori.

Davvero molta poca cosa rispetto ad altri siti d’Africa più interessanti.

E quindi caos e morte sono affari solo della gente del luogo.

Trattandosi di fondamentalisti islamici, gli uomini del Seleka, che hanno, purtroppo, a capo delle guide rozze, molto mediocri e niente affatto lungimiranti, stanno massacrando e uccidendo in Centrafrica sopratutto tutti coloro che sono cristiani,o che si dicono tali o che essi (i ribelli) sospettano essere tali.

Tutti quelli, insomma, che incontrano sul loro cammino.

 E hanno devastato fin dagli inizi della conflittualità e devastano ancora e chiese e/o luoghi sacri .

E, inoltre, anche le poche scuole impiantate dai religiosi con annesse officine, laboratori e quanto altro necessita per l’istruzione e la formazione, che costituiscono, appunto,appena un modesto appiglio di speranza per il futuro di tanti giovani in contesti poveri come sono questi.

Stessa cosa dicasi per gli ospedali, nati per dare un po’ sollievo a chi ne avesse bisogno E lì dove non è facile curarsi , perché spesso manca tutto. Farmaci inclusi.

E, ancora, specie per aiutare madri a mettere al mondo bimbi sani e diminuire, se possibile, una mortalità insensata.

La religione, ancora una volta, in Africa, in quest’Africa terribilmente bistrattata da ogni parte,quasi peggio della classica “coperta corta”, diviene strumento di persecuzione e non di accoglienza dell’altro, del fratello.

Specie poi se il”fratello”, libero come dovrebbe essere e non lo è, ha magari credenze differenti dalle dominanti del momento, che una cieca tirannia militare impone esclusivamente con il ricorso alle armi.

E questo perché della religione si è ripreso tristemente a fare un uso politico, che non le si addice, e quindi scorretto. Mettendo in cattivissima luce un Islam moderato e tollerante, che pur esiste.

Sempre questi del Seleka hanno ucciso ma anche brutalizzato uomini e donne, bambini e malati, che giacevano in letti di ospedali con ancora attaccate le flebo al braccio.

Hanno fracassato suppellettili e rubato nelle modestissime abitazioni della gente comune.

Hanno proprio fatto di tutto e di più. Non ci sono parole.

E chi ha visto, conserva il terrore negli occhi.

Oggi uomini, donne, anziani, bambini, persone inermi, sbandate da mesi e mesi, non sanno proprio come fare per riappropriarsi nel loro Paese, sulla propria terra, di un po’ di normalità.

Non resta loro che la preghiera, quale che sia il “dio” in cui credono.



Marianna Micheluzzi









domenica 26 maggio 2013

Tempi d'oggi / Reading da "Windows on the World" di Frédric Beigheder








“Qualcosa di così duro come un grattacielo che sbanda come un battello impazzito. Ma non è una fiaba. E’ una delle lezioni del World Trade Center : i nostri immobili sono mobili.

Quel che crediamo stabile è in movimento. Quel che immaginiamo solido, è liquido. Le torri sono mobili, e i grattacieli grattano soprattutto la terra.

Come fa qualcosa di così enorme, a essere distrutto così in fretta?

Ecco il soggetto di questo libro :lo sprofondamento di un castello di carte di credito”.


  a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

sabato 25 maggio 2013

Continente Africa /Capitali ingenti in fuga ogni anno








Ammontano in media all’incirca a 50 miliardi di dollari l’anno i trasferimenti illegali di capitali che, ogni anno, dall’Africa finiscono nei forzieri delle banche straniere o in investimenti segretissimi nei noti paradisi fiscali.

E sono le lobbie politiche del continente le protagoniste di questo traffico di denaro.

Lo ha dichiarato esplicitamente l’ex-presidente sudafricano Thabo Mbeki, alla guida di un comitato di esperti,che sta effettuando una ricerca in merito per conto delle Nazioni Unite.

Le stesse somme di denaro di cui sopra- ha dichiarato Mbeki – potrebbero essere utilizzate, in Africa, in programmi di sviluppo economico-sociale o di lotta alla povertà.

L’argomento è stato affrontato durante un incontro con il presidente della Nigeria, Goodluck Jonathan , nella capitale Abuja.

Infatti è, proprio la Nigeria, uno dei paesi africani più colpiti dal fenomeno.

Fermare questa emorragia di denaro-ha concluso Mbeki – significherebbe risolvere i nostri problemi specie in termini di infrastrutture e non soltanto.

           a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

Sequenza "oceano" /Spazio Poesia






Irruenza

dell’onda

che abbraccia

l’accogliente

sabbia

della battigia.

A riva sorrisi

di bambini

e

ripetuti

richiami

di madri.

Tempestoso

ricordare

Nuotare fino

allo spasimo

e confondersi

coi flutti

gelidi tra

le rosse

madrepore

dei misteriosi

fondali

dell’oceano- mare

sotto

un cielo

di gabbiani .

E nel mentre

è già calata

la sera.



Marianna Micheluzzi



venerdì 24 maggio 2013

Niger / Emergenza fame / Denuncia dell' OCHA








Sono almeno 840 mila le persone che hanno bisogno di aiuti umanitari urgenti e, addirittura, 800 mila a soffrire di insicurezza alimentare.

La notizia, per altro già sufficientemente nota da giorni, è stata data ufficialmente ai “media” internazionali dall’Ufficio delle Nazioni Unite di coordinamento degli aiuti umanitari (OCHA).

L’ufficio ha precisato che le regioni orientali di Tillaberi e Tahoua e la zona centromeridionale di Zinder sono al momento le più colpite dalla crisi.

Secondo quanto reso noto le riserve alimentari in Sahel scarseggiano anche perché il Niger, negli ultimi mesi, ha accolto decine di migliaia di rifugiati del vicino Mali.



    a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)



Denaro / Facciamo il punto



Solo l'ignoranza impedisce a Gatsby di distinguere tra ricchezza e felicità, al punto che la sua caccia al denaro giustifica tutto, compresa la violazione della legge.
"I  soldi sono il cuore della cultura italiana contemporanea e la gente lo trova normale"-dice Francesca Comencini.
La caccia al denaro infrange le barriere morali ed etiche e facilita la diffusione dell'economia canaglia.

   tratto da "Economia canaglia" di L.Napoleoni

   
         a cura di Marianna Micheluzzi

giovedì 23 maggio 2013

Francesco Canova raccontato da Luigi Accattoli /"La radice di un grande albero" -San Paolo Editrice /Fede e impegno a servizio dell'uomo






Pur avendo avuto negli anni universitari,oggi lontani nel tempo, una fitta corrispondenza con un amico “speciale”, che era medico del Cuamm e che prestava servizio in Africa, in località che definire impossibili, almeno per quei tempi (anni ’70) è un eufemismo (Wajir-Mandera nel nord-est del Kenya), e letto anche , di recente, quel “tesoretto” coinvolgente, che è “Il bene ostinato” di Paolo Rumiz, confesso che non avevo mai sentito parlare della figura di Francesco Canova, che del Cuamm, tantissimi anni addietro, a Padova, è stato addirittura il fondatore.

Ho colmato la mia lacuna grazie all’ultima fatica di Luigi Accattoli che, con il suo stile da provetto articolista di lungo corso, propone al lettore l’ incontro affascinante con un uomo, che dire straordinario, è solo riduttivo, il quale è stato al tempo stesso medico, missionario e cosmopolita.

Ed è stato un cosmopolita quando solo il pensare di andare in giro per il mondo, a curare chi ne avesse sul serio necessità, in Paesi difficili, non era certo una pratica consueta tra i “samaritani” di casa nostra, intenti piuttosto a rincorrere parcelle sostanziose.

Ma per comprendere la personalità eclettica di Canova, uomo di fede e di impegno, non certo personalità di ribalta, occorre riandare col pensiero agli anni del pontificato di Giovanni XXIII e di Paolo VI, alla “Pacem in terris” e alla “Populorum progressio” e a tutto quel clima culturale durante, e immediatamente dopo, il Vaticano II.

Quelli, infatti, sono stati per il nostro, anni speciali, anni di scandaglio e approfondimento della sua formazione umana e professionale, iniziata, con grande anticipo sui tempi, da giovanissimo studente, nelle aule di liceo e , successivamente, in quelle dell’università alla Facoltà di Medicina di Padova.

E, proprio a Padova, Francesco Canova (classe 1908) , nel 1949, finita la guerra, e rientrato dalla Giordania prima, dove aveva subìto anche il campo d’internamento ad opera degli inglesi occupanti e da Gerusalemme poi, dove aveva svolto la libera professione, propone a Girolamo Bortignon,il vescovo della diocesi padovana, la realizzazione di un collegio per la formazione di medici missionari.

Uomini e donne che, indifferentemente, possano prestare in libertà la loro opera nelle missioni da laici .

Ossia senza professione alcuna di voti.

Bortignon apprezza l’idea e approva il progetto, per cui nel 1950 nasce ufficialmente, nella città di Padova, il Cuamm. Cioé il Collegio universitario aspiranti medici missionari.

E da quel momento in avanti inizia un’avventura straordinaria.

Protagonisti, appunto, ne sono uomini e donne, fortemente motivati, che raggiungono differenti Paesi in terra d’Africa, e poi nel tempo non solo quelli, magari anche in compagnia del coniuge.

Cosa che accade attualmente ,per esempio, nell’ospedale di Ikonda, in Tanzania.

Il marito è medico-chirurgo, la moglie si occupa della reception. Non importano i nomi.Non è questo ciò che conta. Il bene si fa nel nascondimento.

I due lavorano e si collaborano. Sono sereni e dispensano,assieme alle cure, serenità a chi ne ha tanto bisogno.

Un balzo in avanti più che valido avverrà, però, nel 2002 quando il Cuamm affiancherà, da “padre nobile” in un certo senso, Medici con l’Africa, l’ong torinese,che punta, per statuto, a creare realtà sanitarie paritarie in Africa. Cioè medici e personale sanitario omologhi.

Niente più paternalismi, insomma. E questo non è certo poco.

Ma, nel luglio del 1988, Francesco Canova, che nel mentre aveva anche ottenuto la libera docenza in malattie tropicali, che insegnava e che aveva scritto diverse opere, la maggior parte delle quali a carattere prevalentemente scientifico, è chiamato a fare ritorno alla casa del Padre.

Ricordarlo, dunque(e ne siamo grati ad Accattoli), è doveroso non fosse altro per l’operosità senza risparmio da lui profusa in ogni circostanza.

Bella o brutta, facile o difficile che essa fosse. Sul campo o in cattedra. Anche quando avrebbe potuto farne a meno.

Da testimone che ha metabolizzato da subito, a partire dall’accettazione della sua complessa storia personale (orfano di padre all’età di nove anni e grosse difficoltà economiche), gli insegnamenti del Vangelo (umiltà e pratica di giustizia) e ne ha fatto, con intelligenza e lungimiranza, scevre da qualsivoglia bacchettoneria, la sua principale ragione di vita insieme al grande amore per sua moglie, Reginetta, e per i suoi figli.

                 a cura di Marianna Micheluzzi

Medici con l'Africa e Cuamm / Non stanchiamoci di parlarne







La mancanza di servizi sanitari adeguati continua a provocare, all’atto del parto, la morte, in Africa, ancora oggi, di molte mamme e di moltissimi bambini.

E spesso queste morti, dovute a cause banali, potrebbero, con i giusti sussidi e il personale di supporto rispondente, essere ridotte e/o evitate del tutto.

Un esempio ,che tanti già conoscono (e che non riguarda solo parti e nascite) è che, in Africa purtroppo, sotto i cinque anni di età, ai nostri giorni si muore ancora di morbillo.

La fusione di “Medici con l’Africa” e dello storico “Cuamm”, ottimo sodalizio raggiunto, si sta impegnando ultimamente ,e grazie a personale sanitario volontario, italiano, europeo e locale, a porre riparo al problema dei problemi, e cioè a quello di queste morti “insensate”, cercando di garantire alle madri parti sicuri e,naturalmente, cure adeguate al neonato.

E questo significa sopratutto contribuire , per quanto possibile, e in un certo tipo di contesto, che di solito è quello de villaggi rurali, e quindi molto poveri di mezzi, anche al raggiungimento dei famosi “obiettivi del Millennio” entro il 2015.

Non si tratta, pertanto, solo di uno slogan ad effetto di quella , che potrebbe essere una campagna mirata a penetrare nella testa dei “distratti” delle nostre città per scucire denaro, quando noi leggiamo: “Prima le mamme e i bambini”, ma di una doverosa priorità, che è quella di salvare delle vite umane, lì dove la quotidianità è sul serio difficilissima da affrontare in ogni istante del tempo.

Gli interventi di “Medici con l’Africa” e del”Cuamm” sono supportati dalla collaborazione di istituzioni cattoliche del settore sanitario, che fanno ampiamente la loro parte, mettendo a disposizione tanto le strutture ospitanti che le attrezzature necessarie.

E mi riferisco a Paesi africani quali l’ Angola,l’Etiopia, la Tanzania e l’Uganda.

Complessivamente la popolazione coinvolta è di circa 1,3 milioni di abitanti(una goccia nell’oceano) con quattro ospedali principali e ventidue centri di salute periferici, che comunque sono in grado di garantire un parto sicuro.

Obiettivo finale è quello di raddoppiare il numero dei parti assistiti, passando dagli attuali 16 mila a 33 mila e oltre all’anno. E puntando al coinvolgimento in Africa, in particolare, degli ospedali e dei centri di salute governativi esistenti.

           a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

mercoledì 22 maggio 2013

"Parallelismi" /Riflettere in punta di penna






Come nello stesso terreno/ due pianticelle affiancate/ intersecano le rispettive radici/ ma non confondono la crescita / così Lei , giovane borghese affannata e delusa / che i giovani d’oggi chiamerebbero “sfigata”/ e Tu, figlio di un mondo contadino / con l’animo grezzo e non gretto /uomo laborioso e tenace / procedete in parallelo per “candide creste di monti/sognati / all’altra riva, / ai prati/del sole”./Poesia è pensiero e vita./ Che anima./ Per fare argine alle turbolenze del mondo.



                           di Marianna Micheluzzi

ndr.) Input da "Il Paese dei Gelsi" di Ferruccio Mazzariol-Editrice Santi Quaranta



Le "grandi opere" non giovano né al Sudafrica né al Congo Kinshasa.






Nel portale d’informazione SouthAfrica.info si parla di un accordo, sottoscritto a Parigi dai rappresentanti dei governi di Pretoria e di Kinshasa, per l’acquisto dell’elettricità, prodotta da Inga 3, una diga, che dovrebbe tagliare il tratto finale del fiume Congo, per soddisfare esaustivamente poi l’intero fabbisogno dell’area sub sahariana.

Il Sudafrica sarebbe disponibile all’acquisto di almeno 2500 dei 4800 megawatt della futura produzione.

E Kinshasa, a sua volta, prevede a ottobre 2015 di dare inizio ai lavori di Inga 3 e poi di Grand Inga.

Grand Inga è una diga ancora più grande da realizzare sempre lungo il corso del Congo.

Tanto Inga 3 e Grand Inga avranno impianti comunque connessi alle altre due dighe, realizzate negli anni precedenti, e cioè Inga1(1972) e Inga 2 (1982).

Opere faraoniche, i cui costi sono, per Inga 3, di 12 miliardi di dollari e, per Grand Inga, che potrebbe fornire di elettricità anche l’Europa stessa, addirittura di 80 miliardi di dollari.

Nell’attesa del benestare ,dopo gli studi di fattibilità,quelli commissionati dalla Banca Mondiale, dalla Banca africana di sviluppo e da altri organismi internazionali, parecchie organizzazioni non governative (ong) locali ed alcuni esponenti della società civile africana, uomini e donne, impegnati per l’ambiente e il lavoro, stanno già protestando pubblicamente.

E hanno perfettamente ragione sia per l’impatto ambientale ( modifiche del clima), che ci sarà di certo, nonostante le assicurazioni degli studiosi, quanto per i danni a quei lavoratori (agricoltori e, soprattutto, pescatori) la cui economia di sussistenza trae oggi l’indispensabile sostentamento appunto dalla presenza del fiume.

E poi i problemi della Repubblica democratica del Congo sono così enormi che non è affatto giustificabile un impegno economico così oneroso, sebbene buona parte del denaro è noto che arriva dall’esterno.

Nel Paese, accanto a una tregua delle armi ancora molto attesa, sarebbero necessarie una quantità di opere di carattere sociale.

Per costruire Grand Inga, tra l’altro, sono in corsa per gli appalti diversi consorzi cinesi, spagnoli, coreani e canadesi. E le logiche sono sempre le stesse.

Mazzette in tasca ai governanti locali e bassa manovalanza per i lavoratori del luogo sottopagati.

Semmai saranno impiegati.

Per quanto riguarda il Sudafrica, anche lì, la situazione occupazionale è molto critica da tempo (la disoccupazione ha raggiunto picchi elevati anche tra i bianchi) e questo esborso di denaro, da impiegare per l’acquisto di energia, poteva imboccare, almeno per ora, strade differenti.

Non sbagliano, dunque, coloro che protestano.

In effetti, lo sviluppo sostenibile non passa mai per le “grandi opere” e il denaro che si spenderà, di sicuro anche oltre la cifra prevista, soddisferà ,come sempre, interessi estranei all’Africa.

E, semmai, arricchirà ulteriormente le lobbie politiche locali, che non disdegnano di avere le mani in pasto quando ci sono all’orizzonte affari di tale genere.

     a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

"Il leopardo e la tartaruga" / Favolando / Per ricordare Chinua Achebe








Un giorno il leopardo s’imbatté in una tartaruga, che da tempo cercava di catturare.

Le parlò e le disse: “Preparati a morire!”

La tartaruga di rimando ribatté : “Posso chiederti un favore prima di morire?”.

Il leopardo acconsentì e, allora, la tartaruga spiegò il perché della sua richiesta.

“Dammi qualche minuto affinché io possa preparare il mio animo.” - precisò.

Il leopardo trovò legittima la richiesta e non ebbe nulla da obiettare.

Ma accadde che la tartaruga, anziché starsene immobile, come si aspettava il leopardo, cominciò a grattare freneticamente sul terreno circostante e , in questo modo, gettava sabbia in tutte le direzioni.

Stupito dalla scena, il leopardo chiese alla tartaruga : “Perché fai così?”.

E la tartaruga con serenità : “Vorrei che, una volta che io sia morta, chiunque si trovi a passare da queste parti possa dire che io, tartaruga, ho lottato contro un mio pari.”.

La storia insegna che noi africani è proprio questo quello che stiamo facendo –disse il griot ai suoi attenti uditori – e cioè che quanti verranno dopo di noi possano dire tranquillamente : “ E’vero che i nostri padri furono sconfitti, ma almeno ci provarono.”.



Liberamente tratto da “Viandanti della storia” di Chinua Achebe (1930-2013)


         a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

martedì 21 maggio 2013

L'essere poeta /Incontro con Milo De Angelis / La Poesia degli altri





“Sarai una sillaba senza luce,

non giungerai all’incanto, resterai

impigliato nelle stanze della tua logica”.



“Sarai la crepa stessa

delle tue frasi, un frutto attonito,

un annuncio deportato,l’unica cosa

che non si rigenera morendo”.



Così ammoniva quella figura plenaria

In un trapestio di esametri e di ombre.



(M. De Angelis )


 a cura di Marianna Micheluzzi

lunedì 20 maggio 2013

Ituri (Rep.dem.del Congo) /Ucciso un altro giornalista








Parlo di Guylain Chanjabo, giornalista di”Radio Canal Revelation”, emittente della città di Bunia, nel distretto dell’Ituri, provincia orientale del Congo.

L’uomo era scomparso all’inizio di questo mese e il suo corpo è stato ritrovato qualche giorno fa, privo di vita, quasi certamente strangolato. Ma non soltanto.

Sul cadavere, in stato di avanzata decomposizione, sono stati, infatti, riscontrati dai sanitari molteplici segni di torture.

L’omicidio rientra di sicuro nella logica macabra dei numerosissimi casi di violenze e intimidazioni ai danni di tutti coloro che fanno un puntuale servizio d’informazione e si esprimono senza remore, disvelando il vero, affinché la gente sappia. Quella verità però che non piace e che si vuole sia taciuta da parte di chi agisce politicamente con scopi, che esulano dall’onestà e dalla giustizia.

E le proteste poi, come le avevano inscenato i colleghi della vittima, appena lo scorso venerdì, non sortiscono risultato in quanto rimangono inascoltate a conferma di quanto sopra.

L’unica volontà politica di chi intimidisce o uccide è quella di manipolare e di sopraffare per specifico interesse di parte.

L’organizzazione non governativa (ong) “Journalist en danger” elenca dal solo inizio del 2013 ben 54 casi nel Paese di violazione della libertà di stampa. E nel 2012 il numero degli abusi sui giornalisti sale addirittura a 184.

E nella procedura è noto che si va dalla censura agli arresti con false motivazioni fino a giungere alla sparizione e all’omicidio.

Come possibili mandanti si guarda con sospetto al Rwanda e all’Uganda, che sostengono gli uomini dell’M23, i quali, proprio mentre scriviamo , è notizia che si stiano scontrando nella città di Goma con i miltari, male in arnese, dell’esercito regolare congolese.

          a cura di  Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

La signora Fatoumata /Leggere dal swahili






Salaam Aleikum! La pace sia su di voi!



Sono una donna musulmana. Mi chiamo Fatoumata. Tutti i venerdi’ vado a pregare in moschea, e tutti i giorni leggo il Santo Corano con grande gioia.

Sono stata sposata con Said, uomo di prestigio sociale. Volevo tanto bene a mio marito, tanto da accettare la mia antipatia verso la sua famiglia, specialmente le donne. Pazientai con le sue sorelle che spesso si ospitavano da me. Mangiavano e a casa mia ed erano provviste di tutto l’occorrente. Senza nessuna educazione, i loro bambini saltellavano sui miei sofa’, senza che le mamme proferissero parola. Sopportavo anche i loro sputi con cui insudiciavano i miei tappeti. Non parliamo poi della mamma di Said. Spesso passava a casa mia durante le sue molte uscite, ogni volta accompagnata da amiche diverse. Passava per mostrare loro quanto Said aveva progredito socialmente, e per mostrare loro la sua fama attraverso la bellezza della casa, che non era di sua properieta’.

Nonostante tutto amavo e rispettavo mio marito Said. Avevo vissuto con lui 25 anni della mia vita, partorendogli ben 12 figli.

Una delle mie figlie, Aisha, mentre si stava preparando per l’esame dell’ultimo anno di Liceo, molte volte veniva a casa con delle amiche. Una di loro era Amina, molto taciturna ma bellissima.

Un giorno amina comincio’ a indossare abiti costosi. Sorridendo ironicamente disse ad Aisha: “ Queste vesti me le ha comprate un vecchio.” Dopo poco tempo venimmo a sapere che Amina sposera’ quel vecchio. Specialmente i genitori di Amina ambivano tanto il matrimonio della loro figlia, perche’ il vecchio era ricco. Il cuore dell’uomo, che non si puo misurare, ora si misura con il parametro denaro!

Chiesi a mia figlia Aisha: “Quando sara’ il matrimonio?’ “Domenica prossima, ma senza festa, perche’ Amina non puo’ reggere la derisione delle amiche.



Come seconda moglie



La sera della domenica in cui Amina si sposo’ fui sorpresa a vedere tante persone venire a casa mia. Tra loro c’era l’Iman della moschea e Shukuru, fratello maggiore di Said. Chiesero di Said stesso. Dissi loro che era uscito il mattino e non era ancora rientrato. Cominciarono a sogghignare, mentre io ero sempre piu’ stupita. Dopo aver sorserggiato il the’ l’Iman annuncio’ ufficialmente: “Oggi tuo marito Said ha preso una seconda moglie. Veniamo proprio ora dalla moschea dove ha avuto luogo la celebrazione.” Poi Shukuru subito aggiunse: “Mama Fatoumata, Said ti ringrazia molto. Allah gli ha fatto dono di una seconda moglie e non poteva rifiutare. Si congratula con te per aver convissuto con lui 25 anni con la deferenza che una moglie deve a suo marito. Tutta la parentela ti ringrazia, e specialmente io, fratello maggiore di Said.”

Nascosi la mia collera e il mio dolore. Sorrisi e pregai di porgere i miei saluti a Said, il marito diventato amico.

Chi e’ questa seconda moglie? Amina, la ragazza silenziosa ma affascinante.



Mamma, rompi il tuo matrimonio



Mia figlia Aisha era piu’ adirata di me. Mi disse: “Mamma, separati! Non voglio che tu polemizzi con un uomo e con una ragazza della mia eta’” Davvero devo rompere il matrimonio dopo aver vissuto con mio marito per un quarto di secolo e aver partorito 12 figli? Davvero andare lontano dal tradimento subito?’ Domande spietate, e piu’ spietate ancora sarebbero le risposte.

Dopo lunga riflessione e molte lacrime decisi di rimanere dove sono. Mai ho pensato che si possa trovare gioia al di fuori del matrimonio. I miei figli, che si rifiutavano di approvare la mia decisione, mi indispettivano. Ma poiche’ erano molti, li rispettavo. Aisha pero’ ammoni’: “Mamma, i tuoi guai non sono finiti.”

Gli sforzi degli amici di far ritornare a casa mio marito fallirono. Ogni volta che Said menzionava il mio nome ed esprimeva il desiderio di rivedere i figli, quella ragazza-moglie sveniva. Said non si fece vedere per nulla. Ci dimentico’ completamente.

La mia vita muto’ radicalmente. Secondo la legge islamica fui obbligata a vivere nella poligamia e a dipendere da cio’ che era disponibile. Ma ero priva di tutto. Non e’ facile la poligamia! Le donne che vivono questa condizone ne conoscono le conseguenze, bugie e martirio. Tutto cio’ indurisce il cuore.



Non sono uno strumento qualsiasi



“Taxi, taxi! Corri in fretta!” La mia gola era secca. Il cuore palpitava forte. ‘Tassista, corri, corri piu’ in fretta!”

Finalmente arrivammo all’ospedale, ma mio marito Said era gia’ morto. Il dottore mi spiego’: “All’improvviso ebbe un infarto. I massaggi al cuore e la respirazione artificiale sono state armi inefficaci di fronte alla volonta’ di dio.”

La morte di Said porto’ a casa mia molti conoscenti. Grida e lamenti lancinanti acuivano il mio dolore. Indossando un velo nero sulla testa, vedevo l’andirivieni della gente.

Conformemente ai costumi, Amina, la seconda moglie che visse con Said cinque anni, fu accompagnata al funerale. La sua presenza mi irritava. Dopo la sepoltura i partecipanti salutavano i familiari e circondavano noi vedove, porgendo condoglianze e tessendo le lodi di Said: “Said, amico dei giovani e dei vecchi. Said, vero fratello, marito premuroso, musulmano fedele. Allah abbia misericordia di lui!”

Come richiesto, osservai il lutto di 40 giorni. Dopo le preghiere di purificazione, Shukuru, il fratello maggiore di Said, entro’ nella mia stanza e mi disse: “Appena terminato il lutto ti sposero’. Ambisco tanto che tu sia mia moglie.”

La mia voce da 30 anni conosceva solo il silenzio. Ma quel giorno sbotto’piena di sarcasmo e scherno. Risposi: “Shukuru, tu dimentichi che io ho un cuore e ho intelletto. Non sono uno strumento qualsiasi da passare da una mano all’altra. Tu non comprendi cosa significhi per me sposarsi: e’ un atto di fiducia e di amore. E’ un dono reciproco tra chi sceglie e chi e’ scelta.” Sottolineai la parola ‘scelta.’ Shukuru zitti’ e se ne ando pieno di rancore.



Aisatu e Iba



Aisatu, un’altra mia figlia, rimase incinta. Inizialmente si rifiutava di ammetterlo.

Come accettare questa realta’ che mi colpiva all’improvviso come un fulmine? Come immaginare che mia figlia, che si era liberata dalla schiavitu’ del fumo, ora giocasse licenziosamente con un giovane? Il mio cuore fu ricolmo di tristezza. La domanda era: “Chi?” Chi e’ il ‘ladro?” Perche’ un giovane di condotta lasciva e’ un ladro! Chi ha causato una simile perdita?” Sbalordita guardavo mia figlia, molto delicata e sempre pronta ad aiutarmi in casa. Aisatu rivelo’ il nome del giovane: Iba, studente universitario.

Si conobbero durante la festicciola di compleanno di un amico. Un giorno Iba ando’ a cercare Aisha alla scuola, e quel giorno mia figlia non torno’ a casa per mezzogiorno. Iba la invito’ nella sua stanza dell’Universita’, accogliendola gentilmente. Iba sapeva che Aisatu era incinta. Tuttavia rifiuto’ l’aiuto di chi si prestava a farla abortire.

Aisatu mi disse: “Mamma, Iba verra’ a spiegarti tutto cio’ che desideri sapere.” Difatti, Iba si presento’ in casa. Era un bel ragazzo. Vestiva normalmente, ma i suoi occhi dolci erano attraenti. Il suo sorriso penetrava il cuore. Questo giovane, ‘tentatore’ di mia figlia. mi incanto’.

Iba disse: “Signora Fatuma, da tempo desideravo incontrarti. Comprendo il peso di un figlio per sua madre. Aisatu mi ha raccontato molte cose su di te e i tuoi parenti. Tua figlia e’ il mio primo amore, e sara’ l’unico. Ti chiedo scusa per quanto e’ capitato. Se sei d’accordo, sposero’ Aisatu. Mia madre si prendera’ cura di nostro figlio e noi proseguiremo gli studi. Grazie per ascoltarmi.”

Davanti ai miei occhi nasceva una famiglia nuova. Allah benedica il cammino che Iba e mia figlia Aisatu hanno intrapreso insieme.



A CURA DI PADRE FRANCESCO BERNARDI,

direttore della rivista swahili “Enendeni”



Nota bene

L’articolo si ispira al romanzo in swahili “Barua ndefu kama hii” di Mariama Ba, Mkuki na Nyota Publishers, Dar Es Salaam 1994. Tuttavia l’originale e’ in francesce: “Une si longue lettre”, Nouvelles Editions Africaines, Dakar 1990.
L'immagine in alto è tratta dal web.

Il viaggio /L'importanza dell'incontro / Spazio riflessione






Quando la persona (uomo o donna che fosse) si scoprì tale e assunse, a livello evolutivo, la postura eretta, ha inizio quel capitolo di un’affascinante e specialissima storia dell’umanità,che è capace,da quel momento in avanti, di stravolgere abituali consuetudini di sedentarietà (orto concluso del proprio villaggio) e asservire , finalmente, a desideri e/o a necessità la propria possibilità di oltrepassare lo spazio e, più in là, anche lo stesso tempo, grazie allo stimolo delle nuove conoscenze nel mentre acquisite. L’intelligenza creativa nasce, insomma, con l’andare.

Enendeni è l’espressione-invito in swahili. Tutto nasce (è incredibile) proprio dai “nostri” piedi. Il conoscere e il comprendere per poi essere in grado di poter fare. Per costruire e per costruirci. Per progredire.

Non tutto è luce però, com’è noto, in questa storia. Non mancano,infatti, ombre gravide ma essa merita, comunque, una sosta di pensiero.

E per ombre pensiamo subito all’istinto di colonizzazione, che condiziona anche il più disinteressato dei viaggiatori.

E le conseguenze devastanti di certe colonizzazioni ce le illustrano ampiamente, e con dovizia di particolari, senza bisogno di andare troppo lontano, i comunissimi manuali di storia, ad uso dei nostri studenti nelle scuole. E vengono in mente le famose tre “M” : militari, mercanti, missionari.

Ma ritornando al positivo dell’ “andare” ,che è tantissimo, rispetto alla condizione dei vegetali, destinati a crescere limitatamente solo in verticale, l’essere animale, e quindi anche l’uomo, ha la chance di procedere in orizzontale ,per cui la sua curiosità lo induce sovente a preferire l’incerto al certo come insegnano moltissimi miti dell’antichità.

Disertare la patria e andare incontro all’ignoto è parte integrante della storia dell’umanità. Non c’è scampo.

Nessuna meraviglia, allora, dinanzi a certe migrazioni. Parlo sopratutto di quelle odierne. Perché i flussi migratori, nelle differenti direzioni, sono antichi come il “cucco” delle favole che ci raccontavano da bambini. E anche contemporanei ai tempi nuovi. E lo saranno sempre.

Il viaggio poi, nella metafora della figura del viandante di Nietzsche (che ha in se stesso qualcosa di intimamente errante e che trova la sua gioia nel momento e nella transitorietà), è anche il viaggio filosofico per eccellenza. Lo specifico umano, io direi.

O meglio metafora di ogni percorso filosofico, che l’uomo può intraprendere in quanto il metodo filosofico altro non è che, anche etimologicamente, una strada da percorrere.

E, come sostiene George Santayana, filosofo- esponente del realismo critico e autore di “Filosofia del viaggio” di recente ristampato a cura di Giuseppe Patella (Universitalia-Roma) : “Io vivo in filosofia esattamente dove sto nella vita quotidiana: altrimenti non sarei onesto”.



a cura di Marianna Micheluzzi

domenica 19 maggio 2013

"Gabbiani" /Spazio Poesia








Gabbiani

in volo

nel cielo

grigio e

azzurro

e dinamiche

fantasie

di nuvole

inseguo

calpestando

a piedi

nudi

l’erba

umida

del giardino.

E’ maggio.

E pioviggina.

E un segmento

di lucertola

sfreccia

a un tratto

improvviso

dileguandosi

poi rapido

alla cattura

dello sguardo.



              di  Marianna Micheluzzi
         
     




Elisa per Cécile / "Quando i ragni si uniscono possono legare un leone"










Cécile Kyenge Kashetu aveva 19 anni quando, nel 1983,arrivò per la prima volta in Italia dalla Repubblica democratica del Congo per poter studiare.

Si laurea,infatti, in medicina all’Università Cattolica di Roma con un percorso regolare e, successivamente, si specializza in oculistica all’Università di Modena.

Il suo cammino politico nel Partito Democratico, prima in città, poi in provincia e oggi in parlamento, impegno che lei ha sempre sentito come un qualcosa di serio e doveroso nei confronti della collettività, lo conosciamo per averne letto tantissimo sui giornali, a partire dal 25 febbraio scorso, allorché Cécile è stata eletta deputato.

E le felicitazioni che le sono giunte, insieme purtroppo alle assurde minacce di razzismo ottuso, mala pianta anche a casa nostra, hanno sempre sottolineato di Cécile il suo impegno a dare il meglio di sé, il suo innato spirito di abnegazione e il suo senso di responsabilità in ogni compito intrapreso.

Questo pensa e scrive di lei Elisa Kidané, direttrice della rivista “Combonifem”, religiosa comboniana, poetessa molto nota.

E puntualizza dalle colonne del settimanale torinese“Il Nostro Tempo” : “Sono molto felice della sua nomina in Parlamento. I valori di eticità, altruismo, umiltà e impegno che lei porta con sé in questo incarico sono quelli che tanti hanno dimenticato, ma di cui oggi le persone hanno veramente bisogno. Cioè : capacità, concretezza, ed equilibrio”.

Cécile è ministro della Cooperazione internazionale e dell’Integrazione del governo Letta. E ha tutte le carte in regola per riuscire –aggiunge la Kidané – tenace e perseverante quale la nostra donna è.

E, ancora, non va sottovalutato- è sempre la Kidané che parla - l’impegno del popolo dell’immigrazione, che la sostiene e che vuole ormai che vengano riconosciuti i propri diritti.

E che, in particolare, intende contribuire alla crescita della nazione che lo ha accolto senza dovere rimanere clandestino.

La sfida di Cécile (testa alta e tanta dignità) – conclude la Kidané – è anche quella di farsi carico di un’Italia, che non ha dimenticato la sua storia fatta di emigrazione.

E che, a sua volta, ha contribuito anch’essa a rendere meticci altri popoli.







“…..E con vigore che non sapevo/sorreggo questo mio cuore /sentinella di nuove leggende” di Elisa Kidané tratto da “mentre la notte”.


  a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

sabato 18 maggio 2013

Algeria /La centrale elettrica che illuminerà il mondo arabo








E’ stata annunciata dal governo di Algeri l’ avvio dei lavori per la costruzione, a breve, di una centrale elettrica, che produrrà all’incirca 8400 megawatt.

Essa è stata definita anche la più grande mai costruita in Africa, che avrà come scopo precipuo, esportando energia, soprattutto quello di illuminare molti paesi del mondo arabo nel Maghreb.

La sua realizzazione è appaltata alla società americana General Electric e, in primis, sopperirà al fabbisogno nazionale, oggi carente, per consentire all’Algeria, e poi agli altri , di proseguire sulla strada dell’agognato sviluppo.

Infatti il governo algerino ha destinato ai crescenti quanto ovvi bisogni energetici, nel 2012,la bellezza circa 40 miliardi di dollari in progetti. Una scelta decisamente molto importante e significativa, specie in prospettiva.



   a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

venerdì 17 maggio 2013

"Quand ils dorment" di Maryam Touzani (Marocco 2012) / Il cinema degli "altri"/ Premio Cem Mondialità








Una segnalazione molto speciale merita il lungometraggio della giovane regista marocchina, Maryam Touzani, presentato con buon successo, e di pubblico e di critica, al 23° Festival Africano, d’Asia e d’America Latina, una rassegna sempre più apprezzata negli anni (la prima edizione risale al 1991) e che si è conclusa nei giorni scorsi a Milano.

E sottolineo l’aggettivo “ speciale” in particolare per due motivi.

Il primo è la delicatezza in sé della storia, narrata con squisita sensibilità tutta femminile e con l’intento di mettere lo spettatore in grado di comprendere che la condizione della donna, quale che ne sia l’età, in un paese musulmano come il Marocco sta, comunque, cambiando rispetto alla cultura tradizionale e ai costumi, che noi supponiamo di conoscere. E qui, nel racconto, manco a farlo apposta, ad infrangere con garbo un tabù ancestrale (segnale forte) è addirittura una bambina. E cioè la piccola Sara.

E poi la seconda motivazione è perché il dialogo interculturale tra le due sponde del Mediterraneo, a tutti gli effetti, è oggi una realtà in atto che, stereotipi a parte, deve portare tutti a fare delle serie riflessioni.

I cambiamenti epocali non possono e non devono essere mai sottovalutati o, per superficialità venire, addirittura, ignorati.

La vicenda , che racconta la Touzani, è semplice. Il racconto si apre con Amina, una madre marocchina, giovane vedova e con tre figli, di cui Sara è, appunto, la minore.

Per gestire la famiglia, cosa non sempre agevole all’interno di una società maschilista, Amina è sostenuta fortunatamente dal conforto e dall’aiuto costante e continuativo di suo padre Hashem che, nonostante gli anni, è ancora un uomo forte.

Una quercia, diremmo noi. E per vigore fisico e per temperamento.

Tra Sara e il nonno si stabilisce, nel tempo, un legame affettivo molto particolare e molto bello.

Quando, inaspettatamente, nonno Hashem, un brutto giorno, viene a mancare per Sara è vero dramma.

E così, durante la veglia funebre che, nei paesi musulmani è interdetta alle donne, la piccola Sara attende la notte fonda pur di poter trascorrere qualche momento ancora d’intimità tutta personale con l’uomo, suo nonno, che per lei ha sostituito la figura del padre, che non ha mai conosciuto.

Definire questo racconto per sequenze filmiche un interessante stralcio di autentica poesia è il meno che si possa dire del pregevole lungometraggio di Maryam Touzani. Per altro premiato dal Cem Mondialità.

Non ci resta, allora, che attendere che ,con un po’ di fortuna, esso arrivi a circolare sul grande o, magari, sul piccolo schermo, affinché si possa essere in tanti a poterlo apprezzare per quel che merita e a poterne coglierne il messaggio costruttivo. E mi riferisco specie all’universo giovanile che, molto spesso, a certi valori, complice un certo tipo di società oggi egolatrica, ha sostituito parecchi inutili disvalori confondenti.

            a cura di  Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

Rep.Dem. del Congo /Scarsissime sicurezze per madri e bambini /Denuncia di Save the Children








Nel 14° Rapporto annuale, stilato dall’organizzazione umanitaria internazionale “Save the Children”, si legge che il peggiore Paese al mondo in cui può nascere un bambino ,al giorno d’oggi, è la Repubblica democratica del Congo. E altrettanto dicasi per le mamme che devono mettere al mondo un neonato.

Secondo i dati di “Save the Children”, in Congo, una donna ogni 30 muore durante la gravidanza o il parto.

In Niger, in Mali, in Somalia e in Sierra Leone, tra il 10 e il 20% dei neonati, i piccoli nascono sottopeso o, addirittura, la nascita avviene prima del termine stabilito.

I Paesi presi in esame dal Rapporto di “Saven the Children” sono 176 e in esso sono bene evidenziate le differenze tra le differenti realtà locali all’interno di un medesimo continente e, naturalmente, tra i differenti continenti stessi.

In Europa, ad esempio, Finlandia, Svezia e Norvegia risultano essere decisamente ai primi posti (e non c’erano dubbi) e ciò in base ai seguenti indicatori, presi in considerazione : a) salute materna e rischio morte durante il parto; b) benessere dei bambini e tasso di mortalità entro i cinque anni ; c) grado d’istruzione della donna ; d) condizioni economiche e Pil pro capite ; e) partecipazione politica delle donne al governo.

Infatti, in Finlandia, Svezia e Norvegia è proprio la salute delle madri e il livello di istruzione ,oltre alle condizioni economiche, politiche e sociali a fare da garanzia alla crescita armonica dei figli.

Viceversa dieci Paesi dell’Africa sub sahariana elencati,tra cui alcuni di quelli di cui sopra, che si collocano in fondo alla graduatoria, ottengono punteggi molto scarsi in relazione agli indicatori stabiliti dai ricercatori.

E questo la dice lunghissima sulla enorme disparità tra Paesi industrializzati o post-industriali e quelli in via di sviluppo.

Su quello che si fa e quello che non si fa per certe realtà del nostro pianeta. E su quello che si potrebbe e si dovrebbe fare piuttosto che sfruttare tout court uomini e cose (risorse).

Così se le finlandesi beneficiano di 17 anni d’istruzione, le donne della Rep. dem. del Congo possono contare solo su 8 e le somale appena su 2.

Se il tasso di mortalità entro i cinque anni per i bambini in Congo è di 167 su mille nati vivi, in Finlandia è di solo 3 su mille. E la stessa differenza si riscontra anche nel tasso di partecipazione femminile alla vita politica.

In Finlandia la percentuale dei seggi occupati dalle donne è il 42,5% contro l’8,3% delle congolesi.

Tutte queste cifre,alcune delle quali fanno male a leggersi, a mio avviso, non sono altro che un richiamo all’impegno di tutti, governanti e cittadini qualsiasi, perché le differenze di condizioni di vita effettivamente si riducano nelle diverse parti del mondo, e sempre di più. E si lavori, come “famiglia” umana onesta, perché ciascuno, bambino o adulto, uomo o donna, giovane o anziano, sia messo, comunque, nella condizione di vivere la propria esistenza con quella dignità che spetta a ciascuno a ogni latitudine.

Nella classifica del Rapporto l’Italia occupa il 17° posto.

Risultato certamente gratificante, almeno per il momento, ma che non faccia dormire troppo sugli allori, tenendo presente l’avanzata insidiosa delle “nuove” e subdole povertà anche in Europa. Specie in quella che prende il nome di mediterranea.

          a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

mercoledì 15 maggio 2013

Bi Kidude ci ha lasciato / Signora del taarab / Personalità straordinaria








Ha salutato per sempre il suo pubblico, giorni addietro (17 aprile), all’età di 103 anni, la cosidetta “signora del taarab”.

Parlo di Bi Kidude. Persona “specialissima”. E non sarà per niente facile, infatti, riempire il vuoto che lei lascia. E come artista ma, soprattutto, come donna non conformista. Sempre. In ogni circostanza pubblica o privata che fosse.

Un’autentica femminista, potremmo dire, per i suoi tempi e, in parte, forse anche per i nostri.

Da molti,quando il mondo ebbe il privilegio di conoscerla, era soprannominata l’usignolo di Zanzibar, dove Fatuma binti Baraka, tantissimi anni fa, appunto, era nata.

In quell’ isola ancora oggi paradiso naturalistico degli amanti del mare e gioiello architettonico della cultura arabo-islamica, dirimpettaia delle coste del Tanzania.

Kidude, che in swahili equivala a “scricciolo” è il nome che , invece, aveva dato suo zio alla bimba Fatuma, appena la vide, pochi minuti dopo essere venuta al mondo, nel povero quartiere di Kitumba, alla periferia di Zanzibar Town.

E dove adesso riposa, spente le luci della ribalta, insieme a quella che è la sua gente.

Sappiamo di lei che iniziò a cantare all’età di 14 anni, accompagnando nei numerosi giri, prima vicini e poi sempre più lontani, una certa Siti binti Saad, innamorata e grande esecutrice della musica taarab.

Bi Kidude scrisse poi, a sua volta, e cantò alcune sue canzoni-poesia di protesta proprio per dare la parola al mondo femminile della sua terra, che fece conoscere senza timori, e mai accettò di velarsi, durante le esibizioni, come la sua tradizione culturale semmai le avrebbe semmai imposto.

Fumava e beveva come un maschiaccio senza remore. Ma era prodiga di consigli con le ragazze che incontrava sulla sua strada. Insegnava loro tanto le arti del saper soddisfare il maschio di turno quanto quelle per saperlo tenere a bada all’abbisogna.

Di tutta la sua produzione artistica esiste un solo album musicale dal titolo “Zanzibar”. Prezioso.

Ma sui palcoscenici di mezzo mondo,dove era continuamente invitata ad esibirsi, Bi Kidude ormai rappresentava un “mito” a tutti gli effetti tanto che, nel non troppo lontano 2005, ricevette un Womex Award e cioè l’Oscar della world music.



a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

sabato 11 maggio 2013

Lambarené (Gabon) /Il camion Mercedes opera miracoli







Siegfried,una volta che gli sono stati assegnati il camion”nuovo fiammante” e l’ autista, ha ormai il compito specifico di provvedere con regolarità al rifornimento per i pazienti dell’ospedale e per i loro familiari, nonché per il resto delle maestranze impegnate lì e, quindi, di andare ad acquistare, tutte le volte che necessitano, gli indispensabili caschi di banane nei differenti villaggi vicini.

E i tragitti, con il nuovo mezzo a disposizione, se non piacevoli, si rivelano almeno un po’ più agevoli. E fare affari con i contadini per Siegfried, in questo modo, non è più il problema degli inizi.

Le donne attendono il “gigante” metallico ai margini della brousse con tutta la loro mercanzia e gli accordi di pagamento sono presto raggiunti.

Sono le donne quelle che, dopo avere curata la piantagione, desiderano vendere in prima persona il prodotto delle loro fatiche.

Ma il “gigante metallico” nel fare la strada, sia all’andata che al ritorno, si ritrova spesso a ricevere numerose richieste di soccorso da passanti che, con i loro malati, chiedono di essere condotti a Lambarené per essere curati.

Tra questi non mancano gli ammalati di lebbra. Il cosiddetto morbo di Hansen.

Siegfried, che tra l’altro, ha orrore alla vista del sangue e delle piaghe, non sempre accetta di buon grado la supplica. E così spesso accade che, senza accorgersene, il carico umano si confonde, a sua insaputa, con il carico di banane.

E il malato o i malati giungono lo stesso a Lambarené.

Ma il camion Mercedes non occorre solo per questo genere di trasporti.

Spesso occorre acquistare cemento in città e traghettare sul fiume Ogooué.

In una di queste occasioni l’autista di Siegfried scopre per la prima volta il mare. E, come prevedibile, lo stupore è tanto e tale che l’uomo chiede a Siegfried se, al di là di quella enorme distesa d’acqua, l’oceano, ci siano altri uomini, altre donne,altri bambini, altri anziani.

Insomma, altri popoli.

E la risposta affermativa fa dire all’uomo, con la più grande meraviglia di Siegfried :”Dio è grande. Ci ha dato una mente per immaginare”. E poi, subito dopo aggiunge :” Ma anche la stessa mente per dimenticare”. (..continua) .


  a cura di  Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

    

Rep.Dem.del Congo /Cifre della vergogna in un recente Rappoto Onu






E’ di qualche giorno fa la pubblicazione ufficiale a Kinshasa, e in contemporanea a New York, di un Rapporto Onu, stilato dall’Alto Commissariato per i diritti umani e dalla locale missione di pace (Monusco) per quanto concerne ciò che sta accadendo, da troppo tempo ormai a questa parte, nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo.

Mi riferisco al contesissimo territorio del Kivu, che fa gola a tutti e in cui, senza tema di smentita, non c’è pace per nessuno.

Sono cifre quelle del Rapporto che mettono i brividi e che riguardano le più comuni violazioni dei diritti umani in quel contesto.

In particolare, la situazione più incresciosa riguarda la condizione delle donne.

E di donne di tutte le età.

Secondo il Rapporto, quando gli uomini dell’M23 hanno occupato Goma, nel novembre scorso, sono stati commessi almeno 200 casi di stupro, dei quali 59 sono attribuiti esplicitamente ai ribelli ma altri 135 agli stessi soldati congolesi, che ripiegavano sconfitti e rabbiosi, a sud, in direzione della cittadina di Minova.

E, con tanto di documentazione visionabile, di cui più di qualche immagine è passata persino su internet, l’età delle donne –bambine sacrificate alla bestia-maschio variava nella circostanza addirittura dai 6 ai 17 anni.

E ,comunque, anche le donne più avanti negli anni se la sono vista molto brutta.

Non fosse altro per essere state costrette , inermi,a guardare lo scempio ai danni di figlie, sorelle o nipoti.

Denunciare l’accaduto irrispettoso all’opinione pubblica internazionale e impegnarsi perché ciò non accada mai più è dovere da parte di tutti.

E si comprende bene quanto sia importante tutelare oggi, con leggi ad hoc, in ogni Paese del continente africano, la dignità della donna.

E’ un’esigenza imprescindibile. Così come lo è la meritata punizione ai colpevoli per rendere giustizia alle vittime.

Quello che è accaduto nel Kivu ma anche nelle altre regioni della Repubblica Democratica del Congo è terribile, specie per sistematicità di ripetizione e il numero elevato di casi conteggiati.

Tanto che, per quel che riguarda l’esercito regolare congolese, Kinshasa ha dovuto inevitabilmente provvedere alla sospensione dal servizio di 12 uomini tra ufficiali e soldati semplici.

Per l’M23 non si dimentichi poi la violenza esercitata da anni per il reclutamento dei bambini-soldato nei villaggi rurali, che essi attraversavano e/o, purtroppo, attraversano ancora oggi.

Disumanità incredibile per la coercizione e,soprattutto, per le conseguenze psicologiche future su quelli che saranno uomini e donne di domani, ammesso che riescano a sottrarsi in qualche modo, un giorno, ai loro carcerieri.

E ,ancora, si legge, sempre nel Rapporto , di sparizioni, di balzelli illegali imposti e di pesanti ricatti. Questo nel Nord-Kivu, dove a Rutshuru, feudo dell’M23, pare siano scomparse nel giro di appena un mese (lo scorso aprile) almeno 30 persone.

E, chi ce la fa a fuggire, attraversa con ogni mezzo la frontiera con l’Uganda come è accaduto ultimamente quando 1000 congolesi, in fuga dagli uomini dell’M23, l’ hanno attraversata.

E dall’Uganda ,intanto, arriva anche notizia, della recrudescenza di un’epidemia di dengue.

                a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)