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venerdì 24 agosto 2012

UN POZZO MOLTO PROFONDO / SPAZIO INTERIORE







Un pozzo molto profondo è dentro di me. E Dio c’è in quel pozzo.
Talvolta mi riesce di raggiungerlo, più spesso pietra e sabbia lo coprono e allora Dio è sepolto.
Bisogna di nuovo che lo dissotterri.

(dal Diario di Etty Hillesum )

giovedì 23 agosto 2012

"DAMMI UN PICCOLO VERSO" DI ETTY HILLESUM / SPAZIO INTERIORE









Dammi un piccolo verso al giorno, mio Dio, e se non potrò più scriverlo perché non ci sarà più carta e mancherà la luce, allora, lo dirò, piano, alla sera, al tuo grande cielo. (E.H.)

lunedì 20 agosto 2012

PEPLO






Peplo che avvolgi la solitudine
di una donna non più giovane.
Peplo fasciato alle sue nudità che
reclamano gli ultimi guizzi
di piacere erotico prima di giungere
a traghettare il Lete.
Raccontane, ti prego,la storia autentica.



di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)




venerdì 17 agosto 2012

IL COLORE E' PERSONA / PIU' CHE PERSONA IN ALCUNE CIRCOSTANZE / OMAGGIO ALL' ARTE ASTRATTA






Immaginiamo un piccolo spazio sufficiente ad ospitare un cavalletto da pittore, pennelli, spatole, colori e altri “ferri” del mestiere.
Musica di sottofondo magari , se c’è.
Oppure sopperiscono voci provenienti dalla strada, teatro di vita, cui purtroppo ,oggi giorno, tutti prestiamo quasi sempre meno orecchio.
E’ quanto basta per dare inizio alla “creazione”.
L’importante è che la luce illumini l’ambiente nel modo giusto, nelle differenti ore del giorno.
La luce, com’è noto, è fondamentale.
Colui o colei che si appresta ad animare improvvisamente la tela intonsa è sempre e solo un “tramite”, ricordiamolo bene.
Ma è un tramite geniale.
Traccia, spalma, picchietta, spruzza di getto, squarcia e lo fa con polso fermo e mano sicura.
Da non sottovalutare affatto in questo genere di “mestiere” la mano tanto quanto lo è per il chirurgo.
Nel nostro caso non c’è modello o modella.
E’ il “colore”- ci dice l’artista - la persona o la situazione contestuale da ritrarre.
Se ne può fare a meno - sottolinea.
Una grande sfida, che si ripete.
Ogni volta.
Questo è il “divino” di quell’arte che non ricorre a raffigurazioni iconiche ma che è capace, ugualmente, di esprimere mediante il colore, nelle sue differenti tonalità e in tutte le possibili sfumature esistenti, il cuore pulsante di ciò che è umano.
Terribilmente umano.
Perché l’umano è esistenza che scorre, si modifica, si trasforma, per poi ricominciare, magari sotto altre spoglie, il percorso. E non c’è niente di più autentico del “colore” che, senza enfasi, quasi con tecnica minimalista, è capace d’esprimerla.
Dall’artista alla tela.
Il sole , lo sappiamo, ci consente di leggere i “colori” e con essi gli stati d’animo della persona o del contesto, che si è inteso raffigurare , e quelli che l’artista aveva in mente e quelli che tu, lettore, forse sei capace di decodificare quando hai innanzi a te l’opera compiuta.
Che poi un’opera non è mai compiuta, bisogna precisare.
E il gioco stesso, gioco “amoroso”, che ne fa l’opera aperta e che si rinnova grazie appunto alle capacità di esprimere gioia, dolore, rabbia, ambizione, frustrazioni, serenità, ironia etc… del medium-artista ma, soprattutto, per le intuizioni mirate di chi è in grado di coglierne per intuizione, sensibilità e, soprattutto, bagaglio culturale, il significato e il significante.
Donde nasce poi la cosiddetta “critica”.
Insomma apprezzare l’arte, e non certamente solo quell’astratta, è come vivere un meraviglioso “triangolo” aperto.
E cioè un “rapporto”a tre.
L’artista, l’opera e il fruitore.
Meglio, quest’ultimo, se in possesso di un “qualche” piccolo modesto strumento di lettura che non lo porti, condizionato magari dal solo impatto emotivo, un po’ troppo fuori strada nell'analisi.



di Marianna Micheluzzi

L'immagine del dipinto ,a corredo del testo , è del pittore spagnolo Joseph Segui Rico


sabato 11 agosto 2012

"LA MOGLIE CHE NON VOLEVA MUTARSI IN LEOPARDO" /ANGOLO DEL GRIOT







C’era una volta, nel “nostro” solito e frequentatissimo villaggio africano, una bella famigliola composta da padre, madre e un figlioletto, nato da poco, che la donna portava ancora legato sulla schiena, quando doveva fare le sue faccende in casa e nell’orto.
Scoppiata però, dal giorno alla notte, una terribile carestia nella regione i tre, come tanta altra gente del posto, non avevano niente, ma proprio niente, da mettere sotto i denti.
Lo stesso orto, un tempo ricco di ogni bene di Dio, perché ben curato, era ridotto a solo erbacce secche.
E allora i tre pensarono di avventurarsi nella foresta alla ricerca, magari ,di qualche radice di pianta, che potesse ancora essere commestibile.
Ma, all’improvviso, durante il percorso, l’uomo scorse un branco di kudù ,che tranquilli brucavano dell’erba.
Siccome egli sapeva che sua moglie aveva un “potere” magico, trasmessogli alla nascita da un vecchio saggio del villaggio,quello cioè delle mutazioni, le chiese appunto di trasformarsi in un feroce leopardo per catturare almeno uno di quei kudù e placare così la loro fame.
La donna, sulle prime, non voleva saperne.
Ma, gioco forza perché quasi costretta, accettò.
Tuttavia a mutazione avvenuta il suo aspetto divenne così tanto aggressivo che lo stesso marito, terrorizzato,abbandonato il figlioletto da una parte, s’arrampicò su di un albero altissimo, timoroso d’essere assalito e sbranato dalla bestia.
La moglie-leopardo eseguito comunque il suo compito e, catturato il kudù, che avrebbero squartato e arrostito per placare il gorgoglìo di fame di stomaco e pancia, ritornò, su implorazione del marito, ad essere di nuovo la donna e la mamma di sempre.
Però disse molto chiaramente al “suo” uomo, vista la reazione scomposta che aveva avuto dinanzi al leopardo, e soprattutto perché non si era curato affatto del figlio, di non pensare mai più di chiederle di fare mestieri da uomo come, appunto, è la caccia.
E, infatti, da quel giorno in avanti, non ci furono più richieste del genere da parte del marito.


a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

martedì 7 agosto 2012

DIALOGO E INTERCULTURA /ANGOLO DELLA RIFLESSIONE






Gli individui, le società, le culture non devono essere visti come nemici o antagonisti ma come"altri" meritevoli di attenzione e di rispetto.



Un rispetto che si manifesta di preferenza con una mutua apertura al dialogo, andando oltre interessi e rivendicazioni personali.



Coltivando piuttosto virtù civiche che possono condurre ad una mediazione o a una composizione pacifica delle controversie.



Il problema è che questo modello richiede istruzione e una trasformazione paziente.



E, dunque,cortesi signori e amabili signore,è un progetto di lungo termine.



Non facile.






da "Il dialogo tra culture" di Fred Dallmayr-Marsilio editore

"ENENDENI" FA COAGULO PER L'ANIMAZIONE MISSIONARIA( MA NON SOLO)





Non sono trascorsi molti giorni che, nella cittadina tanzaniana di Morogoro, in Tanzania, si sono incontrati, intorno alla rivista “Enendeni” e al suo direttore, p. Francesco Bernardi, i missionari della Consolata, alcuni di quelli presenti sul territorio, per discutere di strategie rispondenti a realizzare un’animazione missionaria nel Paese che, a prescindere dal numero di eventuali possibili vocazioni sacerdotali, che pur ci sono e continueranno ad esserci, faccia dei tanzaniani sopratutto degli uomini autentici e degli onesti cittadini, cancellando, per quanto possibile in quel contesto, con tutte le sue enormi difficoltà per la gente comune, più tracce possibili, dove ancora sussistono, d’ ingiustizia e povertà.
Il contesto dell’incontro a Morogoro era d’internazionalità come accade spesso e un po’ dappertutto, di questi tempi, nelle differenti case missionarie dei “nostri” consolatini nei diversi continenti. Europa, e quindi Italia, inclusa.
Erano presenti, infatti, oltre all’italiano p. Bernardi, missionari keniani, congolesi e tanzaniani.
Si è partiti nella fase introduttiva dell’incontro con una valutazione di ”Enendeni” che, come si è già detto in altre occasioni, redatta in swahili, è letta e molto apprezzata in tutto il Tanzania per i suoi contenuti, in ambienti cattolici ma non solo.
E questo sarà, gioco forza, ulteriore stimolo, per direttore e rosa di collaboratori, di arricchirla di contenuti perché sia, a tutti gli effetti, nel tempo, la rivista della famiglia.
Poiché esiste a Bunju, a pochi chilometri da Dar es Saalam, un Centro d’animazione missionaria, come ben sappiamo, si è anche e sopratutto parlato di diffondere tramite depliant tutte le iniziative del “Consolata Mission Centre”, in modo tale che l’informazione raggiunga più agevolmente le persone interessate. Che poi, in questo caso, sono nello specifico i giovani studenti o i giovani lavoratori del posto che, a detta di chi conosce bene il contesto, hanno limitate occasioni di crescita culturale e formativa in generale. Se, appunto, non approfittano di opportunità di questo genere.
Ma non mancano a questi appuntamenti anche associazioni d’impegno civile (alcune al femminile e di donne musulmane come si è già avuto modo di vedere) e movimenti non strettamente di confessione cristiana.
Concludendo, sono tantissimi gli “input” che “Enendeni” ,e a partire da “Enendeni”, possono venire fuori, inattesi, proprio come il”coniglio dal cilindro”.
Questa poi, in definitiva, è la sfida, che è rivolta al prestigiatore, baba Francesco, e a tutti i suoi collaboratori.
Un bel fardello senza dubbio. Ma nulla è impossibile quando fede significa azione.
Auguri, allora, baba Francesco e amici tutti e, soprattutto, augurissimi, Tanzania.


A cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)