lunedì 21 gennaio 2013
MBERA (MAURITANIA ) /PROFUGHI MALIANI ALLO STREMO
Il prezzo delle guerre è noto che lo pagano sempre i più deboli e vulnerabili come gli anziani e i bambini.
I bambini, infatti ,che sono scappati con i loro genitori e fratelli dalla guerra, che tormenta il Mali da troppi mesi a questa parte e sono giunti al campo profughi di Mbera, in Mauritania, se la passano decisamente molto male in queste ore.
Lo riferisce, con dovizia di particolari , un sanitario responsabile dell’organizzazione umanitaria internazionale,”Medici senza Frontiere”.
Mbera, che è in Mauritania, dista pochi chilometri dal confine con il Mali e lo scenario del campo profughi, come sempre in contesti del genere (polvere e sabbia e vento e umidità), è di uno sconforto notevole.
Si muore per mancanza di cibo e scarsità di farmaci.
E muoiono, soprattutto, i bambini di età inferiore ai due anni.
La persona, che descrive la situazione, sottolinea con palese rammarico che ai nostri giorni una cosa del genere è inaccettabile.
E, professionalmente parlando, evidenzia che dallo scorso anno, nel campo di Mbera, la situazione nutrizionale non è affatto migliorata e i tassi di mortalità di bambini,che non raggiungono i due anni, hanno superato e continuano a superare di due o tre volte i livelli di emergenza.
E tutto questo mentre, nelle capitali dell’Occidente o nei summit , si discute ancora di strategie belliche.
a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)
giovedì 17 gennaio 2013
"LA GATTA CHE LECCAVA LA CENERE" /L'ANGOLO DEL GRIOT
C’era una volta in un noto villaggio africano, prospiciente al grande oceano,dove birra di sorgo e vino di palma scorrevano a fiumi, una gatta un po’ vecchiotta, che non aveva perso l’abitudine di corteggiare tutti i gatti di passaggio nella zona, perché ripeteva a se stessa,dal momento che nessuno ormai dei vicini stava più ad ascoltarla, di sentirsi giovane e arzilla .
E lei, come non è difficile immaginare, si era prefissa, tutte le volte che le capitava l’occasione,di riuscire a smentirli.
Un giorno, per puro caso, passò dalle sue parti un bel gattone bulimico,tutto ciccia, che non disdegnava affatto crocchette tenere e saporose di cui difficilmente, in tempi d’abbondanza,era solito privarsi.
Solo che adesso le “cose” al “buongustaio” stavano andando male e perciò era stato costretto a fare fagotto in cerca di fortuna.
Lei, la “nostra”, lo notò subito (era uno straniero) e non perse l’occasione di “attaccare bottone” con lui .
Quegli ci stette, all’inizio sopratutto per celia.
Poi non sapendo dove trascorrere la notte, che ormai s’approssimava rapida, accettò d’essere ospite della sua cuccia.
E la notte, tra fusa e leccatine e arditi mugolii, passò per intero abbastanza piacevolmente.
Al mattino il gattone,che voleva essere riconoscente alla sua ospite,anche perché di suo era generoso, usciva presto a caccia di prelibatezze e ne portava ,nel rifugio, sempre in abbondanza.
Alcune erano per davvero delle preziose squisitezze, quasi introvabili.
Ma non chiedetemi come facesse a trovarle.
Fatto sta che non tornava mai a“zampe” vuote.
La nostra gatta accumulava in dispensa il “tesoretto” e, intanto, passava il tempo a leccarsi il pelo e a rimirarsi nel suo specchio.
Uno specchio però che, con lei, temendone le assurde sfuriate, era sempre bugiardello.
Parecchi giorni trascorsero così.
Lui a caccia e lei che metteva al sicuro le provviste.
Per i giorni difficili,la furbona faceva credere a lui.
Ma, una sera, mentre consumavano il pasto, i due,tra una battuta spiritosa e una moina dietro l’altra, bevvero davvero un po’ troppa birra di sorgo, mista a vino di palma.
Anzi ne bevvero così tanta da ritrovarsi improvvisamente a non capirci più niente.
In compenso, tuttavia, erano allegri e tanto fuori di sé da riuscire a scambiare quelle che si dicono, appunto, le famose “lucciole per lanterne”.
Il gattone, infatti, molto imprudente cominciò a straparlare e fece capire alla “nostra” gatta l’autentica motivazione della sua permanenza.
L’altra rimase sulle prime un po’ basita e poi imbestialita diede sfogo a tutta la sua collera.
E cacciò , non senza violenza, l’ospite fuori della cuccia a “zampate”, aggiungendo con veemenza di non farsi mai più rivedere da quei paraggi.
Il gattone si ritrovò così di nuovo sulla strada, andati a rotoli troppo in fretta i suoi castelli in aria.
E dovette rassegnarsi ad intraprendere il cammino.
Un cammino senza meta.
Quello stesso che aveva intrapreso giorni prima.
Intanto la “nostra” vecchia gatta non mollò nulla indietro al suo ospite di ciò che aveva ben custodito in dispensa.
Semmai, ragionò tra sé e sé, appena non fu più alticcia e quindi sobria, che tutto quel ben di Dio sarebbe servito a lei e/o a chi per lei, dopo di lei.
Tutto sommato si diceva, tolto qualche piccolo fastidio, come quando il gattone si distraeva dietro le altre gattine del villaggio, che erano più giovani di lei, e lei diveniva livida di gelosia, ci aveva proprio guadagnato e del suo operato poteva, indubbiamente, andarne fiera.
Niente di più opportuno in tempi di magra.
Del gattone gabbato, ovviamente, non si seppe in giro più nulla.
E un vecchio saggio, che invece conobbe la storia, aggiunse di suo, mentre la raccontava ai nipoti: “Alla gatta che lecca la cenere (perché altro proprio non può di più e di diverso) non le affidare mai la tua farina”.
Marianna Micheluzzi (Ukundimana)
martedì 15 gennaio 2013
INDICE GLOBALE DELLA FAME 2012 / CHE COS'E' ?
L’indice globale della fame è uno strumento statistico indispensabile da consultare per acquisire i dati su fame e malnutrizione nei differenti Paesi del mondo.
E’ stato realizzato, anni addietro, da esperti dell’International Food Policy Research Institute con l’ausilio dei dati raccolti da ricercatori sul campo ed è stato pubblicato in collaborazione con l’ Ong tedesca Welthhungerhilfe e con l’irlandese Concern Worldwide.
Dal 2008 viene pubblicato anche in italiano a cura del CESVI e in collaborazione con la rete di OngLink 2007, di cui LVIA è parte.
Ogni anno l’analisi viene condotta con un “focus” tematico diverso.
Dei 120 Paesi presi in esame, i dati disponibili per lo scorso anno si riferiscono solo a 79 di essi.
E il “focus” tematico del 2012 riguarda la pressione che viene esercitata sulle risorse idriche, energetiche e agricole da parte delle multinazionali dei Paesi ricchi con l’appoggio e la complicità delle classi politiche locali, che elargiscono facili concessioni sui loro territori con il pretesto di fare cassa (esse dicono) per un buon governo della “cosa” pubblica.
Ma non è così.
Questo studio, importantissimo, risulta essere particolarmente utile per l’impostazione di progetti mirati nei PVS (Paesi in via di sviluppo).
In Italia è stato presentato al pubblico nello scorso ottobre.
a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)
venerdì 11 gennaio 2013
"HOMO SAPIENS" DOPO ROMA E TRENTO ARRIVA A NOVARA / SPAZIO MOSTRE
Sta per chiudere i battenti tra due giorni, il 13 gennaio, a Trento, la mostra “Homo sapiens. La grande storia della diversità umana”.
Ma niente paura in quanto, subito dopo, essa, iniziativa davvero encomiabile, sarà ospite della città di Novara per la gioia di tutti coloro che amano la preistoria dell’umanità e sono incuriositi e attratti da ricerche documentali e studi in merito .
E ciò, almeno in Italia, è avvenuto sopratutto dopo la scoperta di Ozi, l’uomo del Brennero, riemerso dal ghiaccio e che riposa definitivamente a Bolzano e che,a suo tempo, fece tanto parlare di sé e alimentò fantasie le più disparate.
Perché allora parlarne su Jambo Africa e sollecitare chi può ad andare a visitare questa mostra?
Perché l’ allestimento ci mette finalmente dinanzi e un po’ più in concreto (stavo per usare il verbo “spiattellare”) quella espressione che solo come slogan abbiamo sentito più volte ripetere o abbiamo ripetuto anche noi stessi e cioè che cosa realmente è ed è stata (è il caso di dire) questa “unità nella diversità”.
Infatti, proprio come in una fantascientifica macchina del tempo, è possibile essere catapultati, durante il percorso della mostra, in un Africa di tre milioni e mezzo di anni fa. E lì ci spingiamo fino a Laetoli, nella lontana Tanzania, nel bel mezzo di un’eruzione vulcanica, che ci racconta che nel suo fango hanno transitato i nostri primi antenati. I “sapiens”, appunto.
E dopo “Mal d’Africa”, nome della sezione,dove i nostri antenati si affollano in mille modi e da mille luoghi diversi a venirci incontro, si salta d’un balzo all’Eurasia, perché deve essere chiaro al visitatore che “La solitudine è un’invenzione recente”,didascalia del secondo step.
Ed è qui che c’è la rievocazione della nascita della nostra specie e si narra di un “qualcosa” che arriva indietro nel tempo fino a duecentomila anni fa e della sua convivenza con altre forme umane presenti almeno fino a dodicimila anni fa.
E sorpresa ,ma proprio pochissimo sorpresa, l’homo sapiens amava molto spostarsi da un luogo all’altro e lo faceva sempre, a piedi, per centinaia e centinaia di quelli che sono i nostri chilometri odierni.
Socializzava con i nuovi incontri, quelli che potremmo definire suoi e nostri “cugini”.
Inoltre egli possedeva senz’altro la “parola” e amava la musica, che gli ha sempre tenuto compagnia nel corso di giornate e notti interminabili.
Lo testimonia ,nella mostra, il flauto ch è stato ritrovato in Slovenia nel corso di uno scavo abbastanza recente.
Lasciando per un attimo l’articolazione del percorso espositivo al piacere e alla scoperta di chi si recherà a visitare la mostra,anche per non ridimensionarlo troppo, sottolineamo semmai l’importanza dell’evento per i nostri giorni.
Un evento che lo scorso anno, nella prima edizione di Roma, fece qualcosa come duecentomila visitatori di numero.
L’homo sapiens inizia il suo viaggio, si è detto ed è noto, da una piccola valle d’Etiopia e, successivamente, per gradi, colonizza l’intero pianeta.
Ciò che dobbiamo fare nostro ,da quanto visto e osservato in mostra, è essenzialmente il concetto di forte unità biologica della nostra specie insieme alla straordinaria diversità culturale interna.
Nessuna meraviglia pertanto se, dopo quelle che si possono definire fino dalla preistoria età delle diaspore, oggi le nuove diaspore, quelle che tanto ci spaventano, capaci di creare meticciati tanto biologici che culturali, possono condurre anche a risorgenti conflitti.
E’ normale.
Tocca, dunque, a noi saper costruire un futuro migliore.
Siamo, in effetti, dei “divenienti umani” più che degli “esseri” come ci insegna la scienza e ci ricordano i curatori della mostra.
Il tema dell’unità nella diversità, letto secondo più registri, parte, infatti, da quei famosi passi nel tufo di Laetoli, in Tanzania, 3.75 milioni di anni fa e certamente andrà oltre , molto oltre, quegli altri passi , che furono importantissimi anch’essi, dell’uomo sulla Luna nel secolo appena trascorso.
I calcoli a ritroso in milioni di anni danno di certo il capogiro ma il capogiro lo procura anche solo immaginare gli scenari futuri e molto probabili di un’umanità differentissima da quella cui oggi siamo abituati.E che non sarà affatto peggiore di noi.
a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)
giovedì 10 gennaio 2013
GIROTONDARE / SPAZIO POESIA
Se sole fa rima con fiore
ed è gaiezza del cuore,
se sera conduce seco
ombre di un crepuscolo
maturo e senza scampo,
la notte è quella del silenzio
ritmato da preghiere confuse
che scalano le mura del limite.
di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)
mercoledì 9 gennaio 2013
L'ALTRO MARE / IL GIOCO DELLE PARTI / SPAZIO ARTE 2
Joseph Segui /Un giorno di pioggia
Musica jazz, paesaggi marini, passione amorosa, piacere sensuale, ambiguità disperante, ecco le connotazioni che esplodono in un sapiente gioco di colori “liquidi” e “aggressivi” nella rassegna di opere pittoriche dell’artista catalano Joseph Segui Rico in mostra, in questi giorni, alla Mediatèque di Chatelallion, località di mare distante alcuni chilometri dalla più nota cittadina di La Rochelle, nella Francia atlantica.
E’ un appuntamento assolutamente da non perdere in quanto tutta la pittura, e questa in particolare, nata osservando albe e tramonti sull’Atlantico è un’autentica “forza d’urto” per provare a leggere per gradi la personalità poliedrica del maestro Segui.
Il suo messaggio esistenziale, infatti, ha una valenza universale pari ( e non è azzardato l’accostamento) a quella stessa che è stata la “parola” poetica di Costantino Kavafis,il famoso poeta greco-egiziano con il quale il “nostro” condivide le comuni radici e cioè la “grecità” delle origini .
La carica espressiva del colore di Segui per certi aspetti è paragonabile ad una composizione sinfonica in cui l’alternarsi dei differenti movimenti consente armonicamente la realizzazione dell’opera compiuta.
E’ una pittura, quella di Joseph Segui, che nasce da colori puri, primari e secondari, abilmente trattati,che egli accorda così come lo strumentista esperto fa con il suo strumento.
E ciò che colpisce l’occhio dell’osservatore,attraverso il colore, è sopratutto l’emozione.
Emozione che analizzata lucidamente in seguito consente di cogliere la notevole ricchezza di richiami culturali del personalissimo bagaglio dell’artista.
Contraddittorio solo in apparenza, Joseph Segui dialoga con l’altro da lui, attraverso le sue tele, con l’intenzionalità di strappare con forza l’invisibile” al visibile in una ricerca di senso che non si appaga mai perché i “suoi” colori sono, ribadisco, come il verso di Kavafis appunto, parole di sempre.
(m.m.)
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| Joseph Segui "Andante-Jazz" |
a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)
"ONE LAPTOP PER CHILD " / NEGROPONTE E L'AFABETIZZAZIONE INFORMATICA PER I BAMBINI D'AFRICA
L’Ong ,fondata da Nicholas Negroponte , il cui obiettivo era quello di riuscire in tempi brevi, tramite computer, ad alfabetizzare i bambini in Africa, in questo caso in Etiopia,senza l’aiuto degli adulti, sta ottenendo, in situazione, quelle che si possono definire, per noi legati ancora alla figura tradizionale del “maestro” e alla piccola scuola di villaggio , autentiche “ meraviglie”.
Lo testimonia il materiale informatico inviato periodicamente, e cioè dopo un certo numero di giorni, circa una settimana, al MIT (Massachusetts Institute of Tecnology ) ossia tutte le memory card contenenti la documentazione di ciò che alcuni bambini etiopi, una quarantina circa, residenti nei villaggi rurali di Wonchi e Wolonchete, e dunque lontanissimi dai grandi centri, sono riusciti a realizzare non appena hanno avuto tra le mani un laptop caricabile ad energia solare.
Riferiscono coloro che hanno seguito molto da vicino il progetto di “One laptop per Child” che i bambini, dopo appena una settimana sono stati immediatamente in grado di utilizzare moltissime applicazioni e addirittura di apprendere a memoria l’alfabeto in inglese e ripeterlo ad alta voce e anche di trascrivere alcune brevi parole.
Quelli poi, i bambini più intellettualmente vivaci,maschi e femmine indifferentemente, hanno anche scoperto come usare la funzione “video” e hanno filmato alcune scene di vita della comunità
Capanne di fango, coetanei che giocano sul terreno sabbioso e uomini, padri o nonni, intenti ad accudire il bestiame, donne e madri che pestano i cereali nel rudimentale mortaio.
Cose effettivamente da non credere.
Certamente occorrerà tempo perché la comunità scientifica convalidi le esperienze fatte ma il più c’è ed è realtà.
In tutta l’Africa, a partire dall’anno 2005, due milioni e mezzo di laptop sono stati distribuiti a bambini di quaranta Paesi.
In particolare a quei cento milioni impossibilitati del tutto a frequentare la scuola.
a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)
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