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lunedì 30 luglio 2012

ETIOPIA SENZA PACE / FUGA DA MOYALE





Quelli che i media occidentali definiscono, con superficialità ottica, scontri etnici sono in corso nella regione di Moyale e, per questo, migliaia di uomini, di donne, di anziani e di bambini (all’incirca 20 mila) si stanno allontanando precipitosamente, in queste ore, a piedi o con mezzi di fortuna reperiti a caso, dalla principale città di questo territorio etiopico e dai villaggi rurali circostanti in direzione Kenya.
Il computo dei morti,a quel che riferiscono fonti attendibili (Bbc), sarebbe arrivato in un solo giorno, quello di sabato scorso ad esempio, ad almeno diciotto persone con l’aggiunta di dozzine e dozzine di feriti anche piuttosto gravi.
Con tutte le difficoltà inerenti per prestare i dovuti soccorsi (l’impegno della Croce Rossa è stato ed è sempre notevole oltre che esemplare in circostanze come queste) e/o arrivare almeno a seppellire i morti prima di proseguire.
E la cosa non si fermerà qui.
Quasi certamente di questa conflittualità ne sentiremo ancora parlare per giorni e per mesi.
I militari etiopici, a quel che è dato sapere, sono stati costretti ad intervenire per separare le due comunità dei Borana e dei Garri dalla violenza, scatenatasi da una disputa sulla proprietà della terra. La verità, invece, è che tra i due litiganti il terzo gode.
E cioè quello che si vuol far passare agli occhi del mondo esterno come il “consueto” conflitto etnico tra agricoltori sedentari e pastori itineranti, altro non è che un’astuta mossa del Governo per impossessarsi dei terreni,espropriandoli agevolmente, e vendendoli poi, a caro prezzo, al migliore offerente in tempi di “land grabbing” sull’Africa.
Molto più banale l’operazione di quanto possa essere immaginabile.
Ma, noi di Jambo Africa, abbiamo imparato a diffidare subito quando sentiamo riferire di presunti conflitti etnici nel continente africano.
Apprendiamo la notizia con “mica salis”, perché ci è abbastanza noto che lo “stupro”, quello peggiore, che si è compiuto e si sta continuando a compiere nei confronti dell’Africa, per sottrarle i suoi “tesori” e senza contraccambio, è una vecchia e brutta storia, che non ci piace affatto.
E sempre più difficile da mandare in soffitta.
Specie ai nostri giorni quando fame e povertà reale cominciano ad essere una “certa” qual certezza anche del cosiddetto mondo “ricco”.
Ricchezza e povertà –recita un antico e noto adagio – non durano cento anni.
Ed esso vale per gli uomini ma anche per le nazioni e per i continenti.
La scomparsa di alcune antiche e prestigiose civiltà sul pianeta , se qualcuno fosse scettico, ne sono testimonianza.

a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

domenica 29 luglio 2012

NEW-YORK/ FALLISCE ALL'ONU L' INTESA SUL TRATTATO PER IL COMMERCIO DELLE ARMI CONVENZIONALI







Si pensava di essere ad una svolta storica con un accordo, il primo a memoria d’uomo, tra i 193 Paesi presenti all’Onu su alcune regole ben precise in merito al commercio delle armi convenzionali ma così,con rabbia e delusione da parte di chi ci aveva creduto e sperato, non è accaduto.
Tutto come prima, dunque.
E non lo è stato perché la lobby dei produttori del settore è così potente nel mondo che, persino l’amministrazione Obama, in attesa delle nuove elezioni Usa di novembre, è stata la prima,senza preavviso, deludendo fortemente ogni aspettativa democratica, a dare forfait.
Subito dopo gli Stati Uniti è seguito il”no” più che convinto della Russia,anch’essa produttrice e esportatrice di materiale bellico. E poi ancora Cina, India, Indonesia ed Egitto.
Queste ultime ,come le prime due, hanno motivato il diniego con il semplice rimando per poter usufruire di più tempo per riflettere.
La cosa più vera è che si tratta di un giro d’affari di almeno 60 miliardi di dollari a livello mondiale, cui difficilmente si rinuncerà.
Che poi le armi finiscano in Africa ad alimentare guerre civili o genocidi oppure in America latina a favorire la grande e la piccola criminalità,legata al miliardario giro del narcotraffico poco importa.
E ugualmente per le altre parti del mondo dove non mancano certo focolai bellici voluti, dall’Afghanistan alla Siria, solo per citare le due piaghe più purulente del momento, sull’alimentazione delle quali l’opinione pubblica comune sa comunque poco e niente se non quello che i media generalisti e la voce dell’ufficialità fa sapere.
Insomma, morto più morto meno, quello che conta sono gli affari. Lo abbiamo capito.
Se poi qualcuno, tra i distratti lettori di mezza estate, volesse approfondire la cosa per quel che riguarda un po’ più da vicino anche il nostro amato Paese (Brescia, ad esempio) e sapere magari di quella “bestia strana”, che ha nome cultura della “nonviolenza”, non ho che il suggerimento della quinta edizione dell’annuario curato dall’Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurezza e difesa (Opal), presentato proprio a Brescia lo scorso 21 giugno.
All’interno del volume meritano in particolare due articoli : “Le esportazioni europee di armi alla Libia” e”Nove anni d’inchieste sulle pistole fantasma di Beretta”.
Non è proprio una lettura da ombrellone ma almeno favorirà una certa presa di coscienza su quanto accade intorno a noi.
Non solo foot-ball, insomma.

Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

sabato 28 luglio 2012

L'INTELLIGENTE FUGA DEL LEOPARDO DALLA PRIGIONE DEL LEONE /L'ANGOLO DEL GRIOT







Sempre ai margini del nostro villaggio africano, in savana, viveva tempo addietro un leone e la sua graziosa mogliettina, la leonessa, che era in verità un po’ troppo civettuola.
Un giorno il leone decide di allontanarsi per una battuta di caccia e raccomanda la sua famiglia al leopardo, che aveva investito della carica di suo consigliere particolare.
Durante quell’assenza però accade che la civettuola leonessa provoca il leopardo con le sue consuete moine e lui naturalmente,l’allocco, senza farsi pregare, ci casca.
Al rientro del marito la civetta, che conosceva bene tutte le arti della seduzione, riferisce d’essere stata lei importunata sessualmente dal leopardo.
Il marito-leone, che la conosce bene, non le crede ma, comunque, deve fare qualcosa anche per non perdere di prestigio di fronte agli altri animali della savana.
Così decide per una punizione esemplare nei confronti dello sciocco leopardo.
E la punizione consiste nell’essere rinchiuso in una cella quadrata, delimitata da due sole porte,una di fronte all’altra, quali possibili eventuali vie di fuga.
A guardia delle due porte, all’interno,vengono posti rispettivamente due rinoceronti,cioè guardie fidatissime del leone e, all’esterno di una delle due, ci sono dodici sanguinarie iene, che non si sarebbero fatte pregare due volte nel ridurre a brandelli il leopardo se fosse passato da quelle parti.
Prima però di essere pienamente convinto che la pena di morte dovesse essere assolutamente scontata dal leopardo per quello che egli aveva commesso, il leone dice al ragno, l’animale più astuto del gruppo, di andare a suggerire al leopardo che per lui la salvezza sarebbe venuta solo se avesse indovinato da quale porta della prigione era possibile fuggire senza incorrere in pericolo di vita.
Era l’unica chance che il leone concedeva, in questa difficile circostanza, al leopardo.
Il ragno immantinente riferisce e il leopardo riflette e agisce di conseguenza.
L’importante, era chiarissimo per lui, di non fidarsi affatto delle risposte che avrebbero dato le due guardie-rinoceronti. Questo lo aveva da subito intuito.
E così si comporta.
Chiede ad una, infatti, da dove sarebbe stato meglio uscire senza imbattersi nelle iene. E poi chiede all’altra.
Ma non si fida di nessuna delle due. Se non del suo istinto. E fa esattamente il contrario dei suggerimenti ricevuti, ritrovando alla fine, con una fuga super-veloce, nuovamente la sua amata libertà.
La lezione, a proposito delle conseguenze delle civettuole moine, l’ha appresa ormai.
E gli è bastata.
Sceglie così, con grande convinzione, la via libera della savana in cui, senza condizionamenti altrui, sarà sempre e solo lui a scegliere il da farsi, nel bene e nel male.

a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

venerdì 27 luglio 2012

ZANZIBAR / IN CUCINA DA MAMA MPICHI /PWEWA WA NAZI





E’ quasi ora di pranzo e ho bisogno di risolvermi in cucina piuttosto rapidamente.
Mama Mpichi è la mia ciambella di salvataggio,sempre, in circostanze come queste.
Ieri mio figlio ha pescato nel nostro mare tre splendidi polipi di piccola taglia, ottimi per il fabbisogno.
Le patate in casa non mancano mai,anche perché io ne sono ghiotta e le cucino in tutte le maniere possibili e immaginabili.
Cipolla, aglio, cannella in pezzi, cardamomo, curry,concentrato di pomodoro sono in dispensa in quanto amo e tutti amiamo in famiglia odori e spezie.
Corro solo dal negozietto di frutta e verdura all’angolo per procurarmi una noce di cocco.
Non resta, così, che mettermi all’opera.
Faccio lessare i polipi a mezza cottura con acqua e sale e, nel mentre, spacco la noce di cocco di cui raschio la polpa con un coltello adatto. Polpa che strizzo con forza per ottenerne il latte, che metto da parte.
In una casseruola dispongo i polipi tagliati a pezzetti insieme al latte di cocco,le patate, tagliate a piccoli tocchi,e pure la cipolla e l’aglio, anch’essi ridotti a tocchetti.
Quando mi accorgerò che siamo già a metà cottura del tutto, aggiungiungerò il concentrato di pomodoro e le spezie (i semi di cardamomo devono essere schiacciati con la lama del coltello).
Intanto continuerò a fare cuocere e aggiungerò man mano il restante latte di cocco.
In finale, a cottura terminata(le patate dovranno essere completamente spappolate), spargerò del succo di limone e del sale quanto basta.
Considerata la stagione calda, lascerò a lungo riposare l’insieme da parte, in modo da servirlo alla giusta temperatura senza ricorrere al frigo.
Sono certa che per i miei sarà un’autentica ghiottoneria.
Grazie, mama Mpichi.

a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

"LA REGINA CHE FACEVA LA COLF" di NANA KONADU YADOM & ANDREA PASQUALETTO /MARSILIO EDITORE/ READING






"Abbiamo fatto una scuola, una clinica e un pozzo.E' solo l'inizio della corsa che ci aspetta. Non so dove andremo. Perché a forza di fare si comincia a correre e quando si corre troppo non ci si ferma più.Un giorno forse non si guarderà più il cielo come fai tu Kofi, come fa tuo padre Kwaku, come faceva mia nonna Yaa Serwaa.Questo è il destino del mondo" (pag.103)

giovedì 26 luglio 2012

LONDRA 2012 / ATTENDENDO LE OLIMPIADI / OLA SESAY (SIERRA LEONE)



Ola Sesay, la prima atleta della Sierra Leone a qualificarsi per meriti sportivi alle Olimpiadi di Londra, che hanno inizio domani, 27 luglio, prosegue i suoi allenamenti ad Hastings, cittadina inglese, gemella in un certo senso della Hastings alle porte di Freetown, che durante l'ultima guerra civile fu distrutta dai bombardamenti e che, adesso, prova a rinascere con quella tenacia e forza di volontà che è propria di chi ha perso tutto e sa di dover contare solo sulle proprie forze.



Ola Sesay arriva alle Olimpiadi di Londra dagli Usa, dove era riparata negli anni '90 con la propria famiglia appunto per sfuggire alla guerra in Sierra Leone.



Ola ha cominciato a dedicarsi all'attività sportiva prima a scuola e poi al college.



Come professionista la sua specialità è il salto in lungo.






a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)



mercoledì 25 luglio 2012

GHANA / UNA DIFFICILE EREDITA' PER IL SUCCESSORE DI ATTA MILLS







Non ci sono dubbi che chi prenderà la guida di una nazione come il Ghana, morto e sono solo poche ore Atta Mills , dovrà avere ampie spalle e ottime capacità strategiche e progettuali in finanza e in politica per mantenere in piedi quell’equilibrio faticosamente raggiunto dal Paese africano, grazie alle doti indiscusse del predecessore.
Candidato favorito è al momento certamente John Dramani Mahama, vice di Mills, un uomo giovane (54 anni) e un autentico politico di razza.
John Dramani Mahama , che ha già preso in mano, com’è consuetudine secondo il diritto del Ghana, la situazione, e resterà facenti funzioni sino a dicembre, data delle prossime elezioni, piace moltissimo, per esempio, alle giovani generazioni,con le quali ha un franco dialogo, in ogni occasione, sia attraverso i “media” che nelle cerimonie ufficiali quando si rivolge loro.
In un Paese, con 24 milioni di abitanti e almeno 100 etnie, nel quale i giovani, come in quasi tutte le nazioni africane, sono senza dubbio numericamente i più, questo non è certo un dato da sottovalutare in vista della prossima campagna elettorale e di una eventuale possibile vittoria politica dell’uomo.
Anche se c’è da fare i conti con l’opposizione e cioè con il Nuovo partito patriottico (Npp), che sta già dando gas ai suoi motori tanta è la voglia di vincere.
Ma cosa si chiede in concreto al successore Evans Atta Mills?
Essenzialmente di conservare la stabilità politica ed economica del Ghana.
Ci riuscirà?
Noi ci auguriamo che il cammino di sviluppo democratico, iniziato da Mills, prosegua senza eccessivi intoppi. Ma in Africa, e quindi anche in Ghana, le incognite sono sempre molteplici.
A proposito di giovani bisognerà impegnarsi soprattutto sul fronte dell’occupazione (sono troppi i giovanissimi disoccupati pur in possesso di un titolo di studio), e ciò pur essendo il Ghana attualmente un buon esportatore di petrolio,di oro e di manganese.
Con una bilancia commerciale in attivo.
Anche le esportazioni di cacao in Ghana si difendono bene ma, tanto nel settore dell’agricoltura che in quello delle materie prime legate all’industria, occorre fare i conti sempre con il mercato internazionale e l’altalena dei prezzi, in una situazione di crisi economico-finanziaria mondiale, che non pratica sconti a nessuno. E la stessa Europa, ad esempio, lo constata, ahimé, giornalmente.
Pur godendo buona parte della popolazione del Ghana di un reddito medio, non mancano nel Paese coloro che stentano a portare avanti dignitosamente la propria famiglia.
E non è un piangersi addosso.
Pertanto occorrerà che chi succederà a Mills sia in grado di mantenere almeno il discreto benessere raggiunto in questi ultimi anni ma anche di apportare, se è possibile, gli opportuni correttivi, perché tutti usufruiscano di una corretta distribuzione del benessere della nazione.
Sarà possibile a patto che si vigili, senza distrazioni di sorta, sulla corruzione, un male endemico, presente nelle alte “sfere” non solo in Ghana o in Africa e, comunque, molto difficile, quasi dappertutto, da estirpare.
Specie se i “giochi” sono pesanti.
Italia docet.


a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)