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sabato 6 aprile 2013

Amatore Ditullio /Colta raffinatezza








L’opera in mostra (Festival Internazionale delle Emozioni -Pesaro) di Amatore Ditullio, artista barese, offre all’osservatore due differenti percorsi di lettura, entrambi all’insegna dell’arte e della cultura con la”c” maiuscola.

Il primo, quello più immediato e fruibile, riguarda l’oggetto raffinato che il maestro, con consumata perizia artigianale, ha realizzato, con oli e foglia d’oro, in un tempo in cui l’oggettistica pregiata torna ad avere di nuovo un suo pubblico di cultori e collezionisti.

Così come accadeva, parecchi anni addietro (anni ‘60), con il design d’arte (erano stati allora i grossi nomi dell’architettura, della scultura e, talora, anche della pittura a operare quella“rivoluzione”), tradotto in oggetto di consumo e nato, in particolare, per arredare o, comunque, per essere utilizzato nella quotidianità più comune.

Un po’ come dire ,a quel tempo, “ proviamo a desacralizzare l’arte” oppure , ancora,“l’arte fuori dai musei”.

Chiunque, infatti, amante del “bello”, sono certa che non disdegnerebbe affatto, anche oggi giorno, di apporre un’opera di Ditullio (magari proprio questa in mostra) ad una parete della propria abitazione, per poterne fare “suo” il piacere della meticolosa raffinatezza con cui è stata realizzata.

Il secondo percorso è un po’ più complesso, invece, in quanto chiama in causa le nostre reminiscenze filosofiche degli anni giovanili del liceo.

Ditullio, infatti, nella sua opera si richiama per il contenuto in maniera esplicita, al “Simposio” di Platone.

Un dialogo, a detta degli studiosi, quasi certamente scritto dal filosofo greco dopo un suo primo viaggio in Sicilia (388-387a.C.).

E il cui tessuto connettivo, come sappiamo, è l’eros.

Mentre l’oggetto della discussione è la “bellezza” e quello che si definisce il suo potere.

Un gioco delle parti nel testo filosofico che intriga parecchio e che ,come scatole cinesi, spiana la strada a una molteplicità di definizioni di “eros” e di “bello”, traducibili per il fruitore dei nostri giorni in una infinita gamma di possibili contesti e situazioni amorose.

Ma non solo e necessariamente amorose.

Partendo da un “unico” della mitica creazione (maschio-femmina/femmina-femmina/ maschio-maschio)- è lo stesso maestro Ditullio a rammentarcelo- per uno sgarro fatto agli dei, che erano terribilmente vendicativi, subentra tra gli umani la separazione o, meglio, quella scissione maschio-femmina, che conosciamo bene e, subito dopo, cosa prevedibile, la conseguente nostalgia dell’antico desiderio di un ritorno alle origini.

Fare cioè di due uno è, insomma, un provare a guarire la natura umana, ridarle quella “morbidezza” scioccamente perduta.

Nell’opera di Amatore Ditullio le due figure infatti, quella femminile e quella maschile, che richiamano di necessità i canoni della bellezza greca classica, sono separate di netto.

E’ proprio come ci fosse stato il taglio di una cesoia.

Maschio e femmina si muovono in opposte direzioni.

L’uomo volge addirittura le spalle.

Quasi l’artista volesse suggerirci, attraverso la sua efficace raffigurazione, il quanto è già irreparabilmente accaduto e, di contempo, richiamarci all’urgenza per noi mortali di porre rimedio e ritrovare l’armonia attraverso il “bello”, che poi è la natura del desiderio stesso nell’articolazione del discorrere degli spiriti “eccellenti del”Simposio” ( Socrate, Aristofane e il bellissimo Alcibiade nonché Platone stesso).

Ma, com’è noto, è Diotima l’etera, infine, quella che in realtà ha il compito di schiudere i segreti ultimi del “bello in sé”(nel successivo "Fedro") e che ci squaderna tutta la raffinatezza di quella cultura del mondo greco, di cui attualmente siamo figli un po’ ingrati.

Un interrogativo? Un sfida? Una riflessione?

Un po’ di tutto e tutto assieme. Compito dell’arte è anche questo.

Parola del maestro Amatore Ditullio.

  
          di Marianna Micheluzzi 





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