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lunedì 8 aprile 2013

Donne nello Zambia / Troppe storie di ordinaria violenza






Quella che un tempo si chiamava Rhodesia settentrionale, terra ben nota al britannico David Livingstone, l’esploratore missionario e, nel contempo , anche a Cecil Rhodes, il ricco imprenditore-colonizzatore di fine Ottocento, è oggi lo Zambia con capitale Lusaka.

Lusaka, non diversamente da altre capitali, è la classica caotica e multicolore città africana, le cui vie brulicano, in entrambe le direzioni di marcia, di uomini, donne, bambini e anziani, per lo più quasi tutti sorridenti e affabili. Specie se incrociano lo straniero di passaggio.

Centro di gravitazione comune per tutti è il “grande” mercato all’aperto, che non finisce mai di stupire per la varietà e originalità delle merci.

Nonostante questa giovialità della gente e le discrete ricchezze del sottosuolo (miniere di rame), di cui gode, il Paese resta politicamente ed economicamente “difficile”, come ce ne sono tanti in Africa.

E, soprattutto, è noto fuori dei confini in quanto ha prodotto, che non è molto, un triste primato nella sua area geografica di sieropositivi e di conseguente mortalità per aids.

Dati molto spesso furbescamente taciuti all’esterno dalle stesse autorità governative per ragioni di natura prevalentemente economico-commerciale.

Il problema odierno,quello che preme molto da vicino e che deve essere risolto, è quello però che riguarda la violenza sulle donne.

Ci sono stati infatti, ultimamente, troppi casi di violenze gratuite, anche familiari (presenti i bambini), e di stupri insensati.

Senza differenza di luogo, tanto nelle campagne che in città. E , talora, persino omicidi.

Da quanto si evince dai dettagliati rapporti, stilati da alcune organizzazioni umanitarie presenti in loco, è cosa certa che quasi la metà delle donne zambiane abbia subìto una qualche forma di violenza da parte del maschio.

Ecco, allora, che le comunità cristiane dello Zambia hanno pensato ad una iniziativa che possa porre un freno alla drammatica situazione. E il suggerimento in concreto è venuto, questa volta, dalla Chiesa anglicana.

Creare cioè dei “gruppi di sviluppo e di confronto fra donne” nelle differenti città del Paese, per aumentare gradualmente nelle stesse la consapevolezza dei problemi esistenti , fornire aiuto nell’immediato in caso di necessità, e metterle poi in condizione di raggiungere una certa indipendenza economica.

E’ auspicabile che questo genere d’impegno di genere possa raggiungere presto nel tempo anche gli ambienti rurali lì dove di sicuro il problema esiste ma è meno visibile per le complesse condizioni logistiche e, quindi, poco accertabile.


          a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)


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